Il frutto della tarda estate di Erige Sehiri: cogliere la libertà

Si yo tiro fuerte por aquí

y tú tiras fuerte por allí,

seguro que cae, cae, cae,

y podremos liberarnos.

 

 

È la versione cantata in tunisino da Yesser Jradi di L’estaca (Dima dima) a vibrare sui titoli di coda del bel film di Erige Sehiri, Il frutto della tarda estate, suo primo lungometraggio di finzione dopo una significativa esperienza nel documentario, anche come produttrice. Ed è a partire dall’ascolto delle parole di questo inno di resistenza composto nel 1968 da Lluís Llach sotto la dittatura franchista che si può intuire il valore politico del film di Sehiri senza troppo farsi distrarre dalla componente sentimentale. Guardare a partire dal fondo, quindi. Dalla fine. Dai pali e dalle catene a cui ciascuno si trova legato. L’estaca, letteralmente “il palo”, originariamente scritto in catalano, proprio per andare contro la decisione di Franco che aveva messo fuori legge l’uso della lingua, racconta un dialogo immaginario ispirato da alcune conversazioni che Llach aveva avuto con il nonno di un suo amico. È un testo che evoca la libertà descrivendone la sua assenza, denunciando allegoricamente i pali da cui non riusciamo a liberarci, ma che si possono estirpare e abbattere con l’unione delle forze. Nel corso degli anni L’estaca ha ispirato diversi movimenti di ribellione come nella versione interpretata da Yesser Jradi e scelta durante la Primavera araba in Tunisia, nel 2011. Da qui è nato l’interesse di Erige Sehiri che ha scelto di raccontare con il suo film una storia di lavoro, amore e libertà. Una storia che potesse dare volto e visibilità a donne lavoratrici che rimangono nell’ombra, invisibili, forti ma delicate un po’ come le piante da cui colgono i frutti con meticolosa cura durante una genuina e faticosa quotidianità. Piante che avvolgono, offrono riparo dal caldo ma che possono rivelarsi anche soffocanti. C’è fame d’aria in quegli occhi, c’è un grido muto per vite inevitabilmente soffocate dalla mancanza di opportunità e da un ambiente familiare conservatore.

 

 

Questo film, in cui la giocosità romantica della campagna tunisina riecheggia il “marivaudage” delle periferie francesi, il cui titolo sembra provenire direttamente dal cuore di Ozu, fatto di luce e carezze, sorrisi e intrighi, integrità e dignità, racconta una storia immersa in un tempo propizio al raccolto, alla fine dell’estate, in un frutteto nel Nord-Ovest della Tunisia. Una storia che si apre all’alba e si chiude al tramonto, immersa nel sudore del lavoro e nel sapore del cibo, orchestrata come un racconto esemplare in bilico tra il mito ancestrale, il realismo poetico e l’aspra denuncia sociale, dove un gruppo di ragazze e donne lavora per raccogliere i fichi. Sono i primissimi piani a rendere l’aria calda, il giardino profumato, i frutti dolci e le foglie dure. E sotto lo sguardo a volte approssimativo di lavoratori e uomini più anziani, le ragazze flirtano, si prendono in giro, discutono di uomini e futuro, litigano anche. L’influenza di Marivaux si sente tutta e certo anche quella di Kechiche. È un tempo propizio per il racconto, funzionale a un cinema dello spirito, lieve e gentile, sostenuto da domande esistenziali che hanno una densità schiacciante: l’amore è una stupidaggine, è una menzogna, è un desiderio. Chi pensa che l’amore sia divertente alzi la mano, domanda la più saggia del gruppo. No, l’amore non può esserlo perché è passione, lacrime e sangue. E Sehiri non manca di ricordarlo, sempre. Una parola fuori posto, uno sguardo troppo audace, una mancanza perenne, un tradimento: l’amore è terra di conflitto e meta di armonia, sogno di un paradiso da abitare e strada per raffinare la propria umanità: prima mi sposo per sicurezza e stabilità, poi posso innamorarmi, dice un’altra. Durante la giornata il frutteto diventa teatro di emozioni, un luogo dove transitano i sogni e le speranze di una generazione moderna più libera, accanto a una generazione più ancorata alle tradizioni. Due mondi allo specchio, come in un mito, in un racconto antico, eziologico e fondativo che ha come scenario un giardino mai troppo arioso o aperto. Scelte che riescono a trasmettere una certa sensualità attraverso gesti minimali, dialoghi asciutti e spontanei, primi piani carichi di tensione complessità, più comunicativi di un bacio.

 

 

A tal proposito, come dichiarato dalla stessa regista, due canzoni ascoltate durante la narrazione si legano alle vicende delle donne protagoniste: «La canzone che Leila canta durante la pausa, in dialetto locale, parla dell’amore, del dolore, della madre. È una canzone tradizionale delle persone in lutto. Non l’abbiamo mostrato, ma in questa scena tutti gli attori (e anche la troupe tecnica) hanno pianto; ecco a cosa servono queste canzoni, per liberare la sofferenza, per esprimere il non detto. La canzone che le ragazze eseguono alla fine è un cenno alle canzoni popolari tunisine. I testi sono molto divertenti e molto cattivi. Anzi, ci ridono sopra. Il vecchio nel retro del furgone è imbarazzato, ma sorride. I testi possono avere connotazioni sessuali, ma questi sono i tipi di canzoni cantate prima di una prima notte di nozze. La musica è liberatoria in tutte le culture. Non c’era bisogno di sottotitolare questa scena. Infine, quando le ragazze si truccano, puoi sentirle canticchiare una canzone pop libanese contemporanea. Quello che mi piace di queste ragazze è che sono al crocevia di diverse culture, hanno un’identità araba multipla, e questa non è finzione».Qui, come nel Cantico dei cantici, il mangiare il frutto non conduce alla morte, ma a superare la morte stessa attraverso l’amore. Un amore che unisce le donne, come sottolinea il potente finale liberatorio quando al termine della giornata di lavoro, si fanno belle perché non vogliono sembrare sempre braccianti. «È il loro modo di affrancarsi dalla loro condizione sociale. Il loro status di lavoratrici scompare e tornano a essere donne. Fuori dalle convenzioni che le imprigionano, cerco di restituire loro tutta la dignità ed eleganza che meritano».