Gira l’hashtag #notimeforspoilers con tanto di logo 007 attaccato, come a dire: è una richiesta ufficiale. Non arriva dall’MI6 ma dalla EON Productions, la maison dei Bond cinematografici retta e diretta da Barbara Broccoli con il fratellastro Michael G. Wilson. No Time to Die è il venticinquesimo titolo della serie ufficiale, il primo firmato da un regista americano, Cary Fukunaga, e l’ultimo interpretato da Daniel Craig. Guai a rivelare il finale ma del resto è impossibile parlare senza riferirsi a qualche accadimento sostanzioso. Procediamo con ordine. Dopo Vesper Lynd (Casinò Royale, il migliore dei Craig) Bond si sente tradito anche da Madeleine Swann (Léa Seydoux), stanco e ferito si ritira in Giamaica, già buen retiro di Ian Fleming, ma il passato non dimentica e infatti Felix Leiter della CIA lo raggiunge per chiedergli un favore. Deve ritrovare uno scienziato russo impiegato in gran segreto dall’MI6 per sviluppare una sofisticata arma batteriologica che colpisce solo in base al DNA. Lo ha rapito un misterioso personaggio mascherato, Lyutsifer Safin (Rami Malek). Safin ha un conto in sospeso con Blofeld e la SPECTRE, e sulle tracce dello scienziato si mette anche la nuova 007 Nomi, mentre Madeleine torna e si scopre ancora in pericolo. Tra l’altro ricompare con una bella bambina dagli occhi azzurri. Poi succede di tutto, ma ci fermiamo qui.

 

 

Sono un bondiano ortodosso quindi non nego un certo sconcerto per come la serie di Daniel Craig si è sviluppata, con un continuo narrativo coerente attraverso i suoi cinque film per arrivare all’epilogo di No Time to Die. Però l’audacia dimostrata è encomiabile, c’è chiaramente la mano dell’attore che del ruolo, lo ha detto espressamente, non ne poteva più ma voleva far fare un salto di qualità alle storie. Salto che c’è stato, benché non manchino passaggi illogici (Vesper è morta a Venezia e sepolta a Matera, boh; l’obiettivo criminale di Safin resta fumoso, nonostante tutto) a dimostrare come non necessariamente otto mani (Fukunaga, Purvis, Wade, Waller-Bridge in rappresentanza di Craig) sceneggino meglio di due o al massimo quattro. Ci sono rivoluzioni nella definizione del personaggio, del quale scopriamo un lato privato ancora più vulnerabile di quello sospettato nei quattro capitoli precedenti, e tuttavia alcune cose sono molto fleminghiane. L’idea della “figlia di Bond” per esempio è già nei libri (Si vive solo due volte, la mamma è Kissy Suzuki) così come il giardino dei veleni di Safin riecheggia quello dei suicidi del Blofeld letterario, anche se in questo secondo caso l’intuizione e il rimando sono buttati via. È come se nell’ansia di concentrarsi in modo spiazzante su James Bond ci si fosse un po’ dimenticati del cattivo e sul finale anche dei coprotagonisti, ad esempio Nomi. Il film del passato che invece si lega di più a No Time to Die è Al servizio segreto di Sua Maestà (1969) del quale torna la canzone-simbolo cantata da Louis Armstrong We Have All the Time in the World (musica del mitico John Barry). Se si eccettuano la sequenza degli scontri a fuoco sulle scale della base di Safin, molto tattica e accurata, e quella di Santiago de Cuba con Ana de Armas (lei eccellente), le scene d’azione di No Time to Die sono sì spettacolari ma quasi assolte come si fa con qualcosa di non evitabile mentre però si pensa ad altro. Aspetto se si vuole sorprendente per uno 007, ognuno giudicherà se è un bene o un male. Di sicuro per una volta è il personaggio con i suoi risvolti psicologici e appunto il suo privato a dominare il film. Al termine dei titoli di coda campeggia la scritta «James Bond ritornerà» e Barbara Broccoli ha già annunciato che nel 2022 verrà individuato il nuovo interprete. Sarà un nuovo inizio e chissà che non si ritorni all’antico.

 
 
 

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