Conosciamo Paul Schrader e il suo rigore morale di stampo calvinista che al cinema si traduce, soprattutto negli ultimi anni, in una severità altrettanto evidente, anzi teorizzata come dall’insegnamento del suo Bresson al quale ha idealmente dedicato quel film così fuori tempo eppure drammaticamente attuale come First reformed tanto acclamato alla Mostra di qualche anno fa e tanto rapidamente sparito dai radar delle programmazioni e quasi dimenticato negli archivi della distribuzione. Schrader, che ancora una volta fa coppia con Scorsese che lavora da produttore, è di nuovo presente alla Mostra 2021 con un altro suo film che completa la traiettoria di questa parabola morale che caratterizza questa sua fase artistica. William Tell è uno che ha molte frecce al proprio arco, anche se la storia lo accoglie nella sua cella del penitenziario dove sta scontando i suoi dieci anni di prigione. Il suo passato è pesante, duro da dimenticare e da perdonare. William era uno dei torturatori tra Guantanamo e Abu Grahib. Uscito da galera, dove ha studiato con metodo e applicazione, torna alla sua occupazione che è quella di giocatore di carte professionista, incontra La Linda che vive in questo mondo di giocatori e promette a William un finanziatore per i suoi tornei. Nel frattempo Willy incontra anche il giovane Cirk che vuole uccidere Gordo, un Dafoe baffuto e demoniaco, addestratore di torturatori tra cui il padre di Cirk che aveva riversato questa violenza in famiglia e lo stesso William vittima di questi addestramenti. Willy decide di aiutare il ragazzo a rimettersi in piedi e comincia a lavorare per mettere da parte un gruzzolo che possa permettere a Cirk di continuare gli studi e riallacciare i rapporti con la madre fuggita da casa.

 

 

 Il collezionista di carte ( The card counter, in Concorso) vive di rigore, di rigore sia nella forma manifesta delle sue immagini sia del suo protagonista, un Oscar Isaac perfetto e inflessibile. Una severità essenziale che non è mai freddezza e dentro la quale il film si astrae da ogni contingenza, perfino dalla sua stessa storia, per offrirci soltanto il tortuoso e complicato percorso di redenzione dalla colpa. Dunque, ancora una volta, Schrader ci porta sulla via di una complessa e dolorosa purificazione per scoprire quanta forza sia necessaria per riemergere dalla sconfitta, per rielaborare i fantasmi del passato che pesano, indissolubili, sulla coscienza. Paul Schrader sembra meditare attraverso il cinema e lo fa attraverso questo personaggio grigio ed essenziale, sempre misurato, colpevole e per questo dedito alla punizione di se stesso, come già il prete bressoniano di First reformed. William lavora sulla ricercata essenzialità della propria esistenza e la sua mania di foderare con grandi teli grigi tutto il mobilio delle sue stanze dei motel sembra ripetere l’universale regola monastica della semplicità, laddove ogni orpello decorativo, così come ogni parola superflua, diventano infrazione a quella legge morale che chiede, anzi pretende, silenzio e clausura.

 

 

Ma William è anche la cattiva coscienza di una recente storia americana sulla quale pesano i crimini della tortura e in questa dimensione più generale e collettiva Schrader interviene sul tema della responsabilità ed è proprio durante la conferenza stampa che il regista ha fatto ampio cenno a questo cruciale argomento che interseca scenari politici e privati, nel ripetersi di una storia che è difficile nascondere. Secondo il regista pare che nessuno sia responsabile di quanto accaduto in quelle prigioni e qui il suo atto di accusa è inesorabile ed è invece proprio la responsabilità quella che il suo William si addossa e sente come dovere morale della propria vita. La redenzione passa per la solidarietà verso gli altri ed è nei confronti del giovane e sprovveduto Circk che William vorrà mettere in opera questi suoi doveri morali e sociali, teorizzati e praticati. Una responsabilità che sarà pagata, di nuovo a caro prezzo, ma sarà anche il viatico per l’indissolubile attrazione che lo legherà per sempre a La Linda in quella corrente sotterranea di sentimenti e materia che si riconosce al solo sfiorarsi come nell’immagine michelangiolesca che unisce e separa il divino dall’umano.  Il collezionista di carte non è per nulla un film semplice nella faticosa costruzione del percorso morale dentro il quale si muove, e, nella logica calviniana, per nulla in contraddizione con la materialità del denaro che scorre sui tavoli da gioco dell’imperturbabile William. Schrader lavora alacremente sulla scrittura e sulla regia asciutta ed essenziale per mostrare l’incerta linearità dell’animo tormentato del suo Willy e il manifestarsi necessario di un’etica smarrita. Tutto questo richiede dedizione e studio, laddove la semplificazione è regola ascetica da conquistare. Un percorso, in fondo, non troppo dissimile dall’ultimo Scorsese che con Schrader forma ancora una coppia solidamente legata ad un’etica che sembra essere ormai destinata al tramonto.

 

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