Il prezzo dell’appartenersi: su Netflix Mother di Tatsushi Omori

Mother di Tatsushi Omori è ispirato a un reale fatto di cronaca avvenuto in Giappone nel 2014. La protagonista è una donna di nome Akiko, la madre del titolo, che conduce una vita del tutto disfunzionale trascinando con sé anche suo figlio, il piccolo Shuhei. Akiko potrebbe essere definita l’anti-madre per eccellenza: dispotica, anaffettiva, mentalmente instabile, passa le sue giornate gironzolando qua e là tra sale giochi e bar, passando da un uomo all’altro nel continuo tentativo di estorcere denaro per sopravvivere. A farne le spese è proprio Shuhei, che però può contare solo su di lei e la considera tutto il suo mondo. È il suo punto di vista che il film adotta: Shuhei non va a scuola, non gioca con i bambini della sua età e si trova a subire la spregevole condotta della madre, manovrato dalla sua spietatezza, vissuta però come unica – e perversa – forma d’amore materno. Un film su un rapporto malato, che a tutti gli effetti ha i caratteri della dipendenza, dove l’uno è l’alter ego dell’altra e viceversa, e dove il possesso e l’annullamento sono intesi come la sola manifestazione d’affetto da poter esercitare. Mother tocca temi cari al cinema asiatico degli ultimi anni in particolare, come la famiglia (reale o presunta), l’infanzia e l’essere genitore; nel film, tuttavia, non c’è spazio nemmeno per uno spiraglio duraturo di speranza per la sorte dei protagonisti e anche nei momenti in cui le cose sembrano andare un po’ meglio (per esempio con l’entrata in scena degli assistenti sociali), ci si accorge che l’idea di un cambiamento è solo un’illusione.

 

 

La storia procede con lentezza per successivi salti temporali, ma rimane allo stesso tempo intrappolata nelle maglie di un meccanismo che si ripete fin troppe volte in un crescendo, un eterno ritorno dell’uguale che comunque riesce nel preciso scopo di restituire quella sensazione di sorte inesorabile, di asfissiante prigionia dalla quale è impossibile evadere. Akiko è un personaggio con cui non si potrà mai entrare in empatia, pur essendo in qualche modo lei stessa vittima di meccanismi di dipendenza dai quali però non vuole liberarsi e che anzi alimenta fino all’ultimo con la sua follia. E Shuhei è un bambino fin troppo docile e inerme, che all’inizio suscita compassione per la sua condizione e in un secondo momento si vorrebbe determinato a prendere la propria felicità. Lo sguardo sui personaggi appare poco approfondito; in diversi momenti trapelano elementi che sembrano appartenere a un passato di Akiko che mostrano una parvenza di normalità, ponendo interrogativi sulla sua storia che non trovano risposte (come l’episodica apparizione del padre di Shuhei o gli stessi atteggiamenti della famiglia di Akiko, che non sembrano motivare l’attitudine della donna). Alla stessa maniera, anche altri momenti cruciali si esauriscono con una certa inclinazione allo schematismo, come il veloce adattamento di Shuhei alla scuola, ai rapporti sociali con i coetanei, alla lettura che si trasforma subito in passione; o l’entrata in scena dei servizi sociali, che offre un altro spiraglio di speranza a cui ci si illude di potersi appigliare. Più che avvalersi della volontà di indagare una condizione umana e sociale, Mother sembra vivere con l’obiettivo di provocare sensazioni sgradevoli, basate sulla consapevolezza che in questo rapporto di appartenenza tra madre e figlio niente e nessuno si potrà mai salvare. Il rischio concreto è che tutto diventi molto presto irritante, così piattamente tragico da non suscitare alcuna emozione.