Su RaiPlay Judas and the Black Messiah di Shaka King: come un vangelo ribelle…

Fred Hampton aveva solo 21 anni quando fu ucciso in un agguato a Chicago, il 4 dicembre del 1969, dall’FBI. Hampton era uno strano tipo di rivoluzionario: cresciuto nelle difficili strade della metropoli dell’Illinois, era poco incline all’evocazione metaforica della Grande Madre Africa, assai in voga nell’immaginario delle Black Panther nella ricerca del consolidamento di una nuova coscienza black; era attento piuttosto a sancire alleanze concrete – e a volte scomode, come quelle con alcune famigerate street gang cittadine – che riuscivano a guardare oltre la sola questione razziale, senza però perdere mai di vista la matrice marxista-leninista del suo credo. Certo, la comunità nera era al centro del suo pensiero e del suo agire, ma lo era principalmente in quanto vittima designata del potere bianco – politico, sociale, giudiziario – che non risparmiava però altre minoranze, tenute violentemente ai margini di ogni possibile autodeterminazione. Hampton era, insomma, una minaccia politica che appariva ancora più inquietante per la sua capacità di gettare ponti e costruire relazioni senza abdicare dal credo rivoluzionario di matrice socialista. Queste le ragioni per cui Edgar J. Hoover, direttore dell’FBI, lo aveva individuato come un potenziale, temibile “Messia Nero”, capace di mettere in pericolo la sicurezza nazionale con il suo radicalismo realista, in grado di collegare alla lotta l’analisi concretissima dei problemi della comunità. Insomma: Hampton doveva morire. E per uccidere un Messia, si sa, c’è sempre bisogno di un Giuda.

 

 

Bill O’Neal aveva solo 17 anni quando, a metà degli anni Sessanta, fu pizzicato mentre tentava un furto d’auto spacciandosi per agente federale. L’arresto, le minacce, una vita con orizzonti di galera: questo era quello che lo aspettava se non si fosse messo a disposizione dell’FBI per infiltrarsi, avvicinarsi a Hampton, fornire informazioni su piani, operazioni, movimenti. Judas and the Black Messiah, opera seconda del newyorchese Shaka King, ci presenta in parallelo i due protagonisti, Fred e Bill, per poi seguirne il percorso comune. Da una parte il retore implacabile, il rivoluzionario senza macchia, l’enfant prodige delle Black Panther, che poco più che ventenne aveva assunto un ruolo di rilevanza – e di minaccia per il white power – nazionale; dall’altra un ragazzo di strada, capace di conquistare la fiducia dei membri del movimento e di Hampton, dilaniato tra il ruolo di informatore – per cui era ricompensato con bistecche e whisky, oltre che soldi, perché nel capitalismo americano i trenta denari si reificano in beni di lusso – e quello di militante. Perché nella scissione quasi psichiatrica di O’Neal c’è posto anche per una presa di coscienza. Bill fa la talpa perché è in trappola, ma sembra credere alle ragioni e alle lotte dei compagni che sta tradendo.

 

 

King usa mezzi cinematografici in fondo classici e semplici per costruire la parabola che mantiene alta la tensione, non solo in termini di suspense ma anche di sincera carica politica. Abbiamo visto quanto in questi anni segnati da Trump il cinema abbia voluto rispondere alle istanze politiche e sociali del Black Lives Matter. Solo negli ultimi mesi abbiamo potuto vedere Il processo ai Chicago 7 e One Night in Miami. Ma se il film di Sorkin costruisce fondamentalmente un ingranaggio drammaturgico capace di appassionare disinnescando la sua portata eversiva in favore di un’esibizione narrativa, gli altri due film – non a caso diretti da registi black – usano azione e parola per riproporre l’attualità di quei crocevia della Storia passata. E se One Night in Miami ravviva il testo teatrale di partenza attraverso una regia da camera, che mette la forza del logos al centro del discorso, Judas and the Black Messiah sceglie un approccio quasi epico, mistico, simbolico alla materia politica. Il peso cristologico, enunciato esplicitamente sin dal titolo, dona al film un tono riflessivo – nonostante la presenza di numerose scene action – e uno scarto valoriale. La questione in fondo è questa: come realizzare, all’interno di un sistema industriale e delle sue regole, un film militante che non sia solo didascalica ricostruzione, ma coerente presa di posizione nel gioco di specchi tra passato e presente? King ci riesce almeno in parte, con qualche deriva sentimentale di troppo e un certo eccesso didattico ben controllato dalla recitazione sempre a tono di Daniel Kaluuya, che costruisce un Hampton titanico e romantico, cosciente del suo destino e fiero del suo ruolo, e di Lakeith Stanfield, che restituisce la frantumazione interiore di O’Neal con una prova attoriale essenziale e dolente, fino a riscattare il proprio infame ruolo come in una variante apocrifa delle Tre versioni di Giuda di Borges, in cui, all’interno del disegno divino, il traditore assume una disperata ed essenziale centralità. Il cedere a tratti a una normalizzazione stilistica – King non cerca infatti un’estetica necessariamente diversa, come succedeva con i registi della blaxploitation anni Settanta – non mina il messaggio del film né sua irriducibilità a una eccessiva semplificazione, nonostante alcuni limiti e inciampi. Pieno di sfumature e compromessi, rafforzato dalla metafora cristologica per una volta adeguata, Judas and the Black Messiah raggiunge il suo scopo: portare al cinema un messaggio rivoluzionario ancora oggi applicabile, conscio di dover superare un ragionamento esclusivamente di razza, come un vangelo ribelle comprensibile a tutti, compresi i nemici di sempre – gli Edgar J. Hoover di ieri e di oggi – pronti a spaventarsi e a reagire annegando nel sangue le istanze di libertà.