Sono lontani i tempi di Ratatouille e dell’adagio “tutti possono cucinare”. Lo sa bene Cathy, giovane ma non giovanissima chef innamorata del suo lavoro fatto di sacrifici e bocconi amari, creatività e gesti ripetitivi, inizialmente convinta che talento faccia rima con successo e approvazione. E quindi anche con fallimento e rifiuto. Cambierà idea dopo aver accettato l’incarico di cuoca nella mensa di una casa accoglienza per immigrati rendendosi conto, senza nascondere la fatica, di poter fare la differenza nella vita delle persone che incontra grazie al proprio dono. Con Sì chef! – La brigade il giovane regista francese Louis-Julien Petit segue il solco tracciato dal precedente Le invisibili proponendo una commedia sociale tesa ad affrontare con semplicità e leggerezza le varie forme del disagio contemporaneo: se nel film precedente lo sguardo era fisso su un gruppo di senzatetto parigine, capaci di reinventarsi ed esporsi nuovamente nel mondo del lavoro, in questo ultimo film la protagonista entra in contatto con un gruppo di giovani migranti a rischio di espulsione se non intraprendono un percorso di formazione entro i diciotto anni. Ma prima ancora di essere un film di genere, un pizzico furbo e patinato quanto basta tanto da non infastidire nella sua evidenza quasi sfacciata, insomma, prima ancora di essere un film con tutti gli ingredienti al posto giusto e tirati fuori al momento giusto, e mescolati anche con una certa abilità, questo Sì chef – La brigade è l’ennesimo tentativo di questo giovane regista di smontare gli schemi e i muri della società francese attraverso il cinema e i suoi trucchi, il suo valore politico, la sua anima collettiva.

 

Senza prendersi troppo sul serio, il cinema di Petit rinnova l’invito a credere nel potere decisionale del singolo, nella sua capacità di assumersi responsabilità inaudite, in quella ragionevole follia che lo spinge ad assumere quei rischi (andando pure contro la legge, come nel caso di Discount, il primo titolo di questa ideale trilogia sociale) per rendere la vita dell’altro se non migliore almeno diversa e aperta alle opportunità. Come dichiarato dallo stesso Petit, «la commedia sociale è il genere che amo sin dal mio primo film, Discount. Mi sembra uno dei migliori per affrontare i problemi sociali più difficili. La sfida era quindi quella di affrontare realisticamente il problema dei migranti di minore età, senza ignorare la spada di Damocle che pende sulla loro testa – quella dell’espulsione se non intraprendono un percorso di formazione entro i 18 anni – e mantenendo una parte di comicità e ottimismo. Il personaggio di Cathy Marie è stato il vettore ideale per questo: egocentrica e sicura di sé, la sua immersione forzata in questo centro lontano anni luce dai suoi pensieri dà vita, sin dall’inizio del film, a una situazione comica. Poi, proprio come lo spettatore, Cathy scoprirà la realtà del viaggio di questi giovani – dal loro arrivo in Francia ai loro sforzi per integrarsi, compresa la minaccia dell’espulsione. Con lo svolgersi della trama, la commedia cede il passo all’emozione, poiché Cathy comprende davvero la storia di ciascuno dei membri della sua brigata».


Ispirandosi a Catherine Grosjean, insegnante di corsi di cucina professionalizzanti a cui sono iscritti dei migranti di minore età, donna dal carattere forte e sostenitrice di un efficace metodo pedagogico, Petit trasforma la cuoca Cathy Marie (l’attrice Audrey Lamy, già protagonista in Le invisibili) nella sua eroina prediletta: cuoca testarda che ha sempre sognato di fare la chef si trova con le spalle al muro e costretta a mettere in pausa la sua vita si riscopre diversa, capace di dare fiducia. Lo sfottò finale diretto contro il mondo dei reality (vittime illustri di una memorabile pena del contrappasso) è una bella goduria che si deve gustare senza troppo badare alle sue imperfezioni perché, in fondo, nonostante un velo di tristezza, prevale la simpatia e in un clima da favola come questo, l’importante è che «tutti riescano a cucinare». Anche se non tutti ce la fanno.

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