La prima volta che vediamo sorella Barnes e sorella Paxton, le due giovani missionarie mormone protagoniste di Heretic, è quando sono sedute su una panchina contrassegnata da un’invadente pubblicità di preservativi, mentre discutono di video porno e dignità femminile. La traccia sessuale tornerà più volte nel corso della storia, fra il tormentone della biancheria intima e la repressione che porterà le due donne a invocare sempre una presenza femminile nella casa di quel signor Reed con cui hanno in programma un incontro come parte della loro missione di predicazione. Tanto per mettere subito in sicurezza qualsiasi possibilità che l’appuntamento degeneri in sopraffazione fisica. Una possibilità, quest’ultima, che è intrigante all’occhio dello spettatore anche per l’audace scelta di affidare il ruolo di Reed a un (ex?) sex symbol cinematografico come Hugh Grant. Invece, dal canto suo, Reed sembra interessato a ben altro e ingaggia immediatamente uno scontro dialettico con le due sorelle sulla sostanza stessa delle religioni, mettendo al centro la pratica del dubbio tipicamente umana e la continua ricerca delle “risposte” ai grandi quesiti sulla vita e la morte: teorie, studi, testi e persino giochi da tavolo si affastellano nella sua narrazione incalzante e compiaciuta del proprio sapere. Nel contempo l’azione si sposta nei meandri di una casa-palcoscenico articolata su più stanze e piani, neanche fosse uscita dall’immaginazione fuori controllo della vedova Winchester. È qui che Heretic inizia lentamente a mostrarsi come un testo che cavalca le possibili contraddizioni del suo tema (un film di genere che vuole essere anche riflessione religiosa?) per diventare trattazione a più ampio raggio sui concetti di affabulazione e dominazione.
Che sono poi strettamente connaturati tanto alla religione, quanto alla sessualità: dove l’esigenza di invadere uno spazio intimo e personale diventa la chiave per il controllo altrui, ancor prima che la semplice possessione fisica (che di fatto sarà l’ultimo stadio del cammino). In questo senso, Heretic è un film tanto ambizioso quanto abile a articolarsi attraverso un fitto dialogo che lentamente diventa anche tentativo di invadere la sfera altrui, abbattendo il muro delle convenzioni innalzate dal ruolo (le due missionarie contro l’uomo solitario), giocando la carta dell’opposto. È un film dialogato e teatrale, ma anche molto cinematografico per come lo sguardo dei due registi Scott Beck e Bryan Woods si sposta fra le figure e muove lo spazio stesso, ritagliandone porzioni e focalizzandosi ora su piccoli dettagli, ora su aree più ampie. Merito in questo della sinergia con un gigante della moderna fotografia come Chung-hoon Chung (sodale di Park Chan-wook, da Oldboy a Mademoiselle) e degli ambienti pensati da Philip Messina, lo scenografo di Madre! di Aronofsky.
Ma è anche un grande film d’attori, pensati in virtù pure delle risonanze che riescono a creare: Sophie Thatcher prosegue in tal modo il percorso tra innocenza e ribellione già abbozzato in Companion, mentre di Grant non viene riproposta solo la consueta maschera, ma si sfrutta abilmente anche la sua awkwardness, quel lieve disagio con cui spesso spiazza gli interlocutori nelle interviste, che ci ricorda anche l’eroe romantico rimasto invischiato negli scandali sessuali, dando al suo gigioneggiare una solidità coerente con gli improvvisi cambi di tono e postura del personaggio. Su tutto, Heretic diventa così una trattazione non tanto sulla religione, che di fatto resta materia oscura per speculazioni che non portano a una conclusione vera e propria dello scontro filosofico – ogni possibile soluzione nel segno della fede o della miscredenza ha sempre una sua spiegazione pratica o eminentemente spettacolare – quanto sul cinema. Che non a caso è questione di affabulazione dello spettatore, fede nel racconto fittizio cui si assiste e fascino per le sue iconografie verso cui proiettare le proprie fantasie (sessuali…). L’antro del mostro riverbera così la sua qualità di set cinematografico, uscito dai sogni residuali di un Hitchcock per la spietata lucidità dei suoi meccanismi o di un Rob Zombie per l’accumulo di segni e oggettistica scenografica, che Beck e Woods attraversano con entusiasmo narrativo e un piglio altrettanto divertito nel mostrarne i trucchi, mentre corteggiano quesiti più grandi. D’altra parte parliamo di due creativi (loro il soggetto di A Quiet Place) che sono anche esercenti di una struttura a due sale nell’Iowa, The Last Picture House: quindi gente che il cinema lo maneggia tutto, dall’invenzione alla fruizione finale.