La leggerezza della spy story in Il mistero del profumo verde, di Nicolas Pariser

Già dal manifesto del film – ma anche affiche ha il suo fascino – il film di Pariser mostra le due origini. Il disegno anni ’50, che non è grafica, ma illustrazione, rimanda al fumetto di stampo francese-belga (che è poi l’ambientazione del film), quel Tintin, creato dalla fantasia di Hergé, che gira il mondo coinvolto in affari internazionali e mirabolanti avventure impossibili con il suo fido cane Milou. Ma se parliamo di affari internazionali al cinema non possiamo che parlare di Hitchcock ed è questa la seconda matrice che fa mostra di sé nell’affiche del film, con la sua aria misteriosa e il suo corredo visivo d’altri tempi.

Nicolas Pariser – già noto ai più attenti per il suo piccolo pamphlet intimistico-politico che è Alice e il sindaco – dimostra con questo nuovo film una non scontata versatilità, lavorando agilmente sempre sul versante della commedia e su quello di una trama qui corposa e vivace, secondo un’idea di un cinema di qualità nel quale si possano conciliare le contaminazioni secondo una regola ormai sperimentata, ma non sempre a pieno riuscita, nelle sperimentazioni che ogni racconto può offrire. Pariser ci riesce invece molto bene e mette insieme un po’ di melodramma, una spy story internazionale sui registri della commedia (romantica), racconto dentro il quale si adattano magnificamente sia Vincent Lacoste –  uno dei volti più interessanti del panorama europeo che finora ha saputo dosare le sue presenze all’interno di prodotti qualitativamente onorevoli o anche più che questo – sia la versatile Sandrine Kiberlain, che riscopriamo nell’inedito ruolo di fascinosa intellettuale ebrea catturata dalle complicazioni della vita.

 

 

È nello scenario teatrale che la vicenda di Il mistero del profumo verde prende avvio, quando in scena muore avvelenato un attore della compagnia. Viene accusato Martin (Vincent Lacoste) che è costretto a nascondersi. Incontra casualmente Claire (Sandrine Kiberlain) e dagli sviluppi si scoprirà che la vicenda ha ramificazioni internazionali e che Profumo verde è un’organizzazione internazionale che vuole destabilizzare l’Europa.  Sin dall’incipit, dunque, il film assume la marca hitchcockiana e le indagini parallele a quelle della polizia dei due protagonisti rimandano alle avventure del personaggio fumettistico. Peraltro i fumetti e il loro collezionismo compreso, un richiamo a quelli franco-belgi, costituiscono un piccolo tassello iniziale per le indagini. Ma è su questo versante di leggerezza fumettistica dentro la quale si sviluppa la storia, i cui toni drammatici non sopravanzano mai il fondale da commedia che fa da sfondo all’intera vicenda rendendo piacevole e godibile lo svolgersi della storia. La parallela vicenda amorosa tra i due protagonisti, pur intuibile sin dal primo apparire di Claire, come al solito conserva il suo carattere seduttivo in un leggero crescendo e con un finale alleniano con tanto di citazione finale da Manhattan.

 

 

Ci si è già espressi sulla alta qualità media del cinema francese e Il mistero del profumo verde non fa che confermare queste impressioni in quello spazio, sempre disponibile, tra intrattenimento e intelligenza di scrittura, senza banalità e senza cascami intellettualistici. Un cinema agile, interpretato a ottimi livelli, che lavora sull’osservazione dei suoi personaggi, in un cortocircuito tra indagine psicologica e realtà gradatamente inverosimile in quel tanto che basta per non renderla del tutto inverosimile. Si tratta di due personaggi di origine ebrea, ma critici e distanti da quella cultura in una collocazione culturale europea che fa leva su una sorta di libertà espressiva e di pensiero. Non si può non applaudire a questo cinema che, sul solco di quelle maschere del passato, aggiorna i propri file in un lavoro pienamente aderente al presente, compresa la concezione di un’Europa scenario comune tra Stati di un complottismo internazionale un po’ come succede per il cinema d’oltreoceano. Tocco finale. Fa piacere anche rivedere un non più giovanissimo Rüdiger Vogler che, dismessi i capelli di un’altra “Alice”, oggi esibisce la sua ampia calvizie per un personaggio oscuro e misterioso che tira le fila di una intricata matassa che si estende in quel centro Europa che proprio non piace al nostro Martin come dichiara poco prima di essere baciato in quel treno che fu già galeotto per Cary Grant e Eva Marie Saint.