Edna, la protagonista dell’omonimo film di Eryk Rocha (visto nel concorso Burning Light di Visions du Réel, in questi giorni a Nyon e online), è a sua modo una guerrigliera: vive nel cuore dell’Amazzonia, nel Pará, o meglio resiste lì, da sempre, in quel che resta della sua terra, opponendosi all’espropriazione forzata della foresta sin dal 1975, quando è iniziata la sua resistenza contro quella lunga ferita amazzonica che è la BR-153, la cosiddetta Transbrasiliana, l’autostrada che taglia da nord a sud il cuore del paese. Il bianco e nero che dialoga col colore costruisce la tessitura ad un tempo graffita e soffice del film, un ritratto docile ma militante che in 64 minuti dialoga col tempo interiore di questa donna, combattente assieme al suo popolo, conosciuta anche come Diná, imprigionata e torturata dai militari negli anni ’70, poi liberata e tuttora resiste sul po’ di terra che le è rimasto. La narrazione costruita da Eryk Rocha (figlio di Glauber) ha una sensibilità che sembra quasi attardarsi, lasciandosi nutrire dal tempo interiore della sua protagonista, come a ribaltare la persistenza della sua lotta nella condizione esistenziale che la istiga, quell’armonia arcaica con la natura da cui proviene l’ascolto, la pazienza, la resistenza.

 

 

Il film sembra quasi svaporare dal tempo ormai conciliato dei ricordi della protagonista, per quanto dolorosi possano essere e per quanto dagli anni ’70 a oggi la deforestazione dell’Amazzonia, già criminale di per sé, non abbia cessato di mietere vittime tra la popolazione locale (113 gli indios uccisi solo nel 2019, 135 l’anno prima, secondo il rapporto del Consiglio Indigeno Missionario, coi vescovi che parlano esplicitamente di “programma criminale di accaparramento di terreni”). Eryk Rocha sembra farsi ispirare dalla scrittura fitta, ordinata, paziente di Edna, quella mano che traccia sul suo quaderno le memorie della lotta, i ricordi della sofferenza e la testimonianza di ciò che è stato. Non che il narrato del film attinga ad esso, perché in realtà Rocha preferisce seguire il tempo pacificato del presente di Edna, le lunghe passeggiate, le chiacchierate con l’uomo che le vive accanto, il fluire di un tempo che l’autore sembra volerle restituire. Senza tuttavia negare la parola alla denuncia, ai ricordi dolorosi, così come alle immagini d’archivio della deforestazione. La dedica finale è a Paulo Fonteles Filho, attivista brasiliano che era nato in carcere durante la dittatura e al quale Eryk Rocha deve parte delle ricerche che lo hanno condotto sulle tracce di Edna.

 

 

 

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