La maschera e la carne, immagine sacraprofana di una santità che veste il corpo esattamente come la sensualità. Ecco la Benedetta di Paul Verhoeven: finalmente, dopo un anno d’attesa, in Concorso a Cannes 74. È un’icona sospesa tra mistica e mistificazione, tra falso e realtà, perfettamente coerente con la poetica di un autore per il quale da sempre la verità è la prova più pregnante della menzogna, e viceversa. Il XVII Secolo l’ha conosciuta come Benedetta Carlini, figlia di ricchi commercianti toscani, destinata al saio sin dall’infanzia e finita badessa del convento delle suore teatine di Pescia. Fu una passionaria e all’epoca destò non poche preoccupazioni tra le consorelle e nella Chiesa tutta: aveva visioni in cui si vedeva aggredita da uomini, sentiva voci, si temette fosse posseduta e le si mise accanto di notte Suor Bartolomea, con la quale, si scoprì, intrattenne una relazione sessuale, che durante l’inchiesta del nunzio papale le due descrissero come esperienze mistiche… La sua figura è giunta a noi grazie agli studi dell’americana Judith Brown, tradotti in Italia da Es nel 2005 col titolo Atti impudici. Paul Verhoeven fa di lei un’eroina del suo cinema iconoclasta, scolpita nel corpo quasi marmoreo di Virginie Efira e spinta in una ricostruzione storica visionaria: flash and blood sacrale, chiamato a interrogare il solco che separa la passio christi dalla passio muliebris…. La sofferenza della carne sacra martirizzata opposta al piacere della carne profana accarezzata.

 

 

La Benedetta di Paul Verhoeven è contemporaneamente l’ipotesi e la prova del rapporto fluido che nel suo universo s’instaura tra la materia bassa su cui si edifica la realtà e l’astrazione ideale su cui si definisce il mondo. Il film si apre sui colori pastello di un’infanzia da passionaria devota alla Vergine Maria, che tiene a bada i briganti che vorrebbero rapinare la sua famiglia proprio sulla strada che la sta portando al convento: l’iconografia semplice da vita dei santi per catechismi è però destinata a lasciare il posto a una raffigurazione accesa di cromatismi fiamminghi, in cui tutto diventa più interlocutorio e chiaroscurale. Benedetta scopre il desiderio con l’arrivo in convento di Bartolomea, ragazza del popolo in fuga dal padre che abusa di lei e che attiva il senso della carne. In verità non tutto è così semplice perché Verhoeven non mira alla banale iconografia saffica claustrale, a lui interessa piuttosto fare di Benedetta il corpo della contraddizione tra sacro e profano, o meglio lo spazio del dialogo interlocutorio tra la pulsione dello spirito e quella della carne. L’immaginario, la rappresentazione che è inscritta nella ritualità sacra sono non a caso il perimetro in cui si attiva tutto: la sua prima visione Benedetta la ha quando cade in trance durante una sacra rappresentazione in chiesa, sospesa tra cielo e terra, tra l’altare e le corde da deus ex machina che la sollevano. Di lì in poi il suo corpo è posseduto da quello del Cristo, che parla attraverso lei con voce cavernosa, mentre lei si impossessa del proprio corpo nel segno della sensualità che di notte la unisce a Bartolomea. Il contrasto con la badessa interpretata da Charlotte Rampling conduce il Nunzio papale in convento, mentre il mondo fuori è sofferente. Segue la mortificazione della carne, la punizione corporale, la richiesta di abiura, la minaccia del rogo… Il mondo parla intanto il suo linguaggio profetico, fatto di peste che sferza il popolo e i signori, rosse comete che infiammano il cielo, rivolte di popolo…

 

 

Una magnifica accensione di visionarietà verhoeveniana ab origine (L’amore e il sangue, Soldato d’Orange, Il quarto uomo…) che si impossessa del corpo di questo film un po’ come in Elle le animazioni estreme dei videogame si impossessavano della realtà… Benedetta è un film che si stupisce della sua stessa materia, coerente con il contraddittorio che il corpo e lo spirito della sua protagonista intrattengono impudicamente. Verhoeven lavora con ambigua perizia a una ricostruzione storica che si basa su un iperrealismo plastico, sospeso tra pittorico e tradizione popolare. Ma il suo obbiettivo è ottenere una trattazione degli elementi che dissolva l’approccio problematico e lo consegni a un relativismo in cui ogni spiegazione viene accettata e rifiutata contemporaneamente. Lo scandalo viene da sé, conseguenza quasi automatica… Come tutto il cinema di Paul Verhoeven, Benedetta lavora all’impronta sul rapporto ambiguo tra verità e menzogna, sulla soggettività dell’individuo messa alla prova da una realtà che tende a annientarla, sul rapporto osmotico tra la tentazione e il desiderio, sulla dimensione politica del corpo inteso come manifesto dell’essere al mondo come presenza fisica intrisa di spirito immanente…

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