La scoperta del buio: Il buco di Michelangelo Frammartino su RaiPlay

Delle altezze e delle profondità. Il buco di Michelangelo Frammartino ( passato in Concorso a Venezia 78) è un film di altimetrie opposte, che sviluppa la sua dimensione visiva nel dialogo tra il buio e la luce, tra ciò che sta in superficie e ciò che è occultato nella terra. Il progetto nasce dichiaratamente dall’idea di tornare indietro nel tempo, all’Italia del boom economico, quando un gruppo di speleologi scese dal ricco nord nel profondo sud per esplorare una fenditura nelle rocce del Pollino e si spinse in profondità per quasi 700 metri, in una grotta carsica che fu denominata Abisso del Bifurto. In quegli stessi anni a Milano si ergeva quello che all’epoca era il grattacielo più alto d’Europa e l’idea che il nostro paese fosse mosso da vettori così opposti, sospinti verso l’altezza e verso la profondità, è parsa a Frammartino un punto di partenza ideale per tornare a dare corpo al suo cinema costruito sulla sfarinatura del confine tra la realtà e la sua posa in opera espressiva. La spinta dinamica viene evidentemente dal fascino dell’abisso, dal bisogno di spingersi nella profondità del buio per tornare a fare un cinema fatto di luce che scolpisce l’oscurità: le immagini che ha filmato nell’inghiottitoio del Pollino, offrendole al lavoro del grande Renato Berta, sono letteralmente una lode al potere filmico della luce, che reinventa in ogni inquadratura la forma del frame, il perimetro del visibile tracciato dalle lampade degli speleologi.

 

 

In questo senso si può dire che quello che un film come Il buco offre al cinema è proprio la possibilità di ridefinire il rapporto tra luce e immagine in seno all’inquadratura, in cui il perimetro del visibile è mobile, cangiante in base ai movimenti delle figure in campo, definito dall’azione scenica e dallo spazio in cui accade. Questa dimensione concettuale e tecnica del film è la base su cui Frammartino elabora poi il suo tracciato narrativo, un po’ come fanno gli speleologi che mappano la grotta sulla base degli appunti e delle misurazioni che prendono in profondità.
Quello su cui si sofferma poi il film è in realtà l’accadere di superficie, che ruota attorno agli occhi dei paesani riuniti davanti al televisore del bar per guardare un reportage sul lontano e futuribile grattacielo milanese, attorno al campo base degli speleologi o alla figura del vecchio pastore che osserva le sue mucche e finisce i suoi giorni nel silenzio. È proprio su questo genius loci in dissolvenza di vita che Michelangelo Frammartino costruisce lo spazio condiviso di un cinema che gli appartiene e che aveva già testato con successo nel suo film rivelazione di undici anni fa, Le quattro volte. Ed è qui, in superficie, che Il buco si offre al gioco del vento che squaderna gli appunti, al palleggiare di due giovani che finiscono fanno cadere il pallone nell’inghiottitoio, alla veglia sull’agonia del pastore che vede spegnersi il suo respiro. Ecco, nella sua semplicità Il buco celebra la funzione dinamica del cinema, la sua capacità di contenere, definire e offrire lo spazio della vita: Frammartino non sta lì a considerare la giusta distanza dell’osservatore o l’equilibrio della relazione nello spazio filmabile. Fa un cinema del reale solo nella misura in cui utilizza il reale per commisurarlo alle narrazioni che contiene ed esaltarle.