Le cose negate distruggono le persone
Nan Goldin

 

Quinto lungometraggio diretto dalla regista e produttrice Laura Poitras, premio Oscar per Citizenfour, All the Beauty and the Bloodshed è il Leone d’oro 2022. È il secondo documentario, dopo Sacro GRA di Gianfranco Rosi (2013) a ritirare il riconoscimento maggiore della Biennale Cinema. Questo vuol dire che la distinzione tra documentario e fiction è ormai superata, nella composizione del palmarès veneziano? Non ancora, come dimostra il “caso” Alice Diop, documentarista in attività da oltre un decennio, a cui la Mostra ha assegnato il premio Luigi De Laurentiis per un’Opera Prima. Augurandoci che le contraddizioni del regolamento, anche quella sulla deroga al doppio premio a uno stesso film, vengano superate in tempo per l’edizione 2023, passiamo a dire dell’opera che la giuria presieduta da Julianne Moore (e formata da Mariano Cohn, Leonardo Di Costanzo, Audrey Diwan, Leila Hatami, Kazuo Ishiguro, Rodrigo Sorogoyen) ha ritenuto la migliore. 

 

 

 

All the Beauty and the Bloodshed contiene almeno due film, o tracce narrative. La prima in ordine di arrivo è “la causa”, l’impegno di attivista di Goldin, sopravvissuta alla dipendenza da ossicodone, come ha dichiarato in un fragoroso articolo su “Artforum” citato nel film. Un intervento pensato per attirare l’attenzione, dal mondo dell’arte alla politica, sulla crisi degli oppioidi: fenomeno di cui è responsabile la famiglia Sackler, proprietaria del grande gruppo farmaceutico, che oltre a non essere sanzionata per la mortalità dei prodotti che immette sul mercato, è mecenate di università e musei (l’articolo si apre con un monito del fondatore Sackler ai figli: “Lasciate il mondo un posto migliore di quello che avete trovato”). Conoscendo i film precedenti di Poitras ci si sarebbe aspettati che questa traccia, più strettamente investigativa, occupasse la maggior parte dello spazio, in un corpo a corpo tra regista e artista. E invece è quasi una cornice, a cui la regista lega, a doppio filo, una ricognizione del background di Goldin, della sua ricerca stilistica e dell’affermazione come artista. Entrambe le tracce – l’attivismo e il percorso di creatrice di immagini – scaturiscono dallo stesso trauma originario: l’ospedalizzazione violenta e miope di Barbara, sorella maggiore di Nan, a cui il film è dedicato (come pure alla produttrice Diane Weyermann, scomparsa di recente). A lei è ispirata anche l’installazione multimediale Sisters, Saints & Sybils, che si intravede nel film. 

 

 

Tutta la bellezza e lo spargimento di sangue, traduzione del titolo, risuona come un verso di un poeta inglese romantico e invece è un’espressione estrapolata da una relazione clinica di Barbara, redatta dopo il test di Rorschach. Sessualmente curiosa, definita dai genitori “malata di mente”, venne ricoverata per disturbi psichici e morì suicida, diciottenne, nel 1965, quando Nan aveva undici anni. Un titolo che suggerisce la sua ipersensibilità rispetto al mondo, l’assenza di corazza, la percezione di tutto, della luce e del suo contrario. Non è un caso che Cuore di tenebra (Heart of Darkness) fosse la sua lettura preferita. Dopo la fuga dalla famiglia ipocrita e dai sobborghi soffocanti di Washington, per evitare di finire come Barbara, Nan sopravvive, grazie alla custodia di diverse famiglie affidatarie. Quindi sceglie la vita di strada dell’East Village e inizia nei ’70 a scattare foto: ad amanti e amici, uomini e donne, quelli che fanno i film con John Waters e quelli che si muovono nella scena post punk, drag queen. Passando anche per la prostituzione e la dipendenza. Quella sessuale darà il nome alla sua video installazione più famosa: una ballata dolente che si aggrappa a Maria Callas, Nina Simone, Charles Aznavour, The Velvet Underground. Scatta foto per ricordare, non morire, non scomparire. Per trattenere le presenze delle persone a lei care. Molte di loro muoiono in un’altra grave crisi sanitaria e politica: l’epidemia di HIV. Nan passa indenne anche attraverso quella, nel grande Paese del Valium. Capace solo di negare le patologie, nasconderle, medicalizzare, stigmatizzare. 

 

 

A dettare la linea è l’incipit del film: Goldin è in studio, al buio guarda e riordina sequenze di immagini, proiettate su uno schermo. Poitras è presente, in voce, per fare domande (poco dopo lo sarà, fugacemente, anche col corpo, per poi sparire). Dice, più o meno: “È facile ricreare la tua vita in storie, ma è più difficile mantenere reali i ricordi […] L’esperienza ha un odore, ed è sporco, non è confezionato e non ha finali semplici. I ricordi veri sono ciò che mi interessa di più, ora. Possono apparire cose che non volevi vedere, dove non sei al sicuro”.
Nei cinque capitoli in cui All the Beauty and the Bloodshed si articola, come una confessione asciutta, un pezzo di storia underground, l’immaginazione e l’azione si tengono meravigliosamente insieme. C’è il ricordo di una vita passata a fermare su pellicola e Polaroid ferite e negazioni. Ma anche il presente di riflessione e di slancio verso un futuro privo di senso di colpa. Una notevole quantità di materiali è messa armonicamente in fila, come una seduzione a lento rilascio, secondo il ritmo invisibile dettato da tre montatori: Joe Bini, Amy Foote, Brian A. Oates. Un diario anti narcisista, spietato, di una sincerità sconcertante. Il ruvido testamento di chi vorrebbe lasciare il mondo come un posto migliore di quello in cui è arrivato. 

 

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