Lo sguardo smarrito di La sala professori di İlker Çatak

Oltre al finale, con l’immagine del trionfo ostinato della resistenza – d’altra parte siamo immersi in un film dove i soggetti fanno i conti con un tempo crudele che prosciuga ogni aspettativa – sono frequenti i momenti in cui si riconosce lo straniamento e il disagio che attraversa Carla Nowak, l’insegnante protagonista di La sala professori, quarto lungometraggio di İlker Çatak. Camminata nervosa, sguardo pungente, asciutta, energica. Si presenta come una donna forte. La macchina da presa la osserva e la segue freneticamente. Vivere o morire, credere o disperarsi, libertà o controllo: il dilemma morale personale di Carla intreccia quello di altri personaggi coinvolti nella sua indagine sulla verità. Come i genitori del ragazzo sospettato e accusato di aver rubato denaro, all’inizio del film: durante il colloquio con l’insegnante parlano in tedesco ma, per pochi istanti, tra di loro, davanti a lei, dialogano in arabo. Si tutelano. È raggelante l’incomprensione, disintegra. Come la direttrice della scuola che lavora al mantenimento della tranquillità, della pulizia, della legge: entra in classe senza preavviso, raduna e separa maschi e femmine, interroga, accusa, alza la voce. Si difende, deve garantire ordine e disciplina. Siamo in una scuola modello, è il mondo bellezza, ti devi adeguare. Come Oskar, il figlio della signora Kuhn, che per custodire la fiducia nella madre accusata di furto senza l’evidenza delle prove, è disposto a tutto, anche a quella disperata fuga per strada. Anche a buttarsi via. Il limite degli affetti e della fiducia: se mi lasci libero di credere e di amare, niente può farmi cambiare idea. Fino a prova contraria.

 

 
Eppure Carla crede nel proprio lavoro. Durante una lezione di matematica i suoi alunni apprendono che una prova scaturisce dalla correttezza di un’affermazione che viene definita a prova di errore. La verità quindi esiste ma qualcosa inizia a ingarbugliarsi, inevitabilmente e coerentemente con le logiche di un mondo che si nutre dell’illusione dell’evidenza, di prove, di autoreferenzialità, di funzionalità. C’è una fatica che Carla accoglie come responsabilità, volge in opportunità e rimette in circolo come dono: è convinta che le fatiche che si affrontano a scuola non siano solo pesi ma anche sentieri che possano condurre ciascuno a diventare una persona migliore e quindi libera. Carla crede in una giustizia altra, che si scontra con il mondo. Però, o forse proprio per questo, non mangerà la torta offerta dalla collega e, vittima di un sistema soffocante, inizierà a dubitare di sé stessa, trovandosi sola e finendo col chiedersi il senso, l’origine e il fine del suo agire. È un film sulla società e sull’identità, più di tutto. In linea con un percorso personale affrontato dal regista fin dai suoi esordi. Nato a Berlino nel 1984, figlio di immigrati turchi, trasferitosi all’età di dodici anni ad Istanbul per poi rientrare in Germania, nel suo cinema Çatak espone sempre i personaggi delle sue storie ad un confine, una soglia esistenziale dentro la quale perdersi o ritrovarsi, trattenere e abbandonare. Accadeva in I was, I am, I will be (Es gilt das gesprochene wort), dove mescolava dramma sociale e sentimentale e analogamente in Once upon a time in Indian Country (Es war einmal Indianerland) e Räuberhände, offrendo ritratti atipici di una generazione in viaggio e colma di domande, sempre interpellata da un’identità sfuggente.

 

 
È un cinema che si interroga, di domande che non mancano pure in La sala professori. Tanto da pensare che si tratti della scelta più utile (facile?) per innescare il dubbio nello spettatore, per spostare lo sguardo sull’ambiguità che permea il nostro tempo. Çatak fotografa un mondo particolare per restituire in miniatura l’immagine di un mondo universale: la scuola è intesa sì come un luogo in cui si sovrappongono questioni, accavallano episodi, incontrano persone, come in una società, ma è più di tutto uno spettro, il riflesso di una condizione esistenziale a cui siamo esposti e dove sembra prevalere l’individualismo sfrenato e l’ipocrisia. Un modo più che un mondo, dove si smonta qualsiasi ideale di comunità e dove la verità appare come un miraggio. Non è un film contro l’istituzione scolastica, ben inteso, ma un film sulle persone che abitano questo piccolo mondo. Più dello sguardo etnografico di La classe – Entre les murs di Cantet, per le questioni sollevate il pensiero si dirige verso film come Class Enemy di Bicek, L’onda di Gansel, The detachment di Kaye, Monsieur Lazhar di Falardeau dove paura e sospetto sono armi di difesa e sopravvivenza. Infatti non servirà un video per svelare la verità ma, al contrario, si innescheranno una serie di conseguenze che amplificheranno sfiducia e insicurezza. Nell’epoca delle immagini, per assurdo, è la fallibilità dell’immagine, la mancanza di punto di vista, la negazione di una visione del tutto e non del particolare, che condurranno Carla a finire in un girone infernale di sguardi giudicanti. Si finisce travolti e disturbati da questo scandolo: la verità rende liberi a patto che, solo se, a determinate condizioni, fino a prova contraria. E la Nowak se ne renderà conto a proprio spese scoprendosi fragile, vulnerabile e incapace di frenare quella valanga di scetticismo che inquina ciascun ambito del mondo (le relazioni, i media…), a sua volta consapevole di essere tanto condizionato dalla verità di immagini usate come prove di evidenza quanto scoraggiato dalle stesse perché, privo di uno sguardo autentico, si ritrova schiacciato dalla forza della propria autoreferenzialità. L’unica alternativa rimasta è resistere.