Ma vie ma gueule di Sophie Fillières inaugura la Quinzaine di Cannes 77

“Ho cinquantacinque anni e non so ancora qual è la mia natura”. Barberie Bichette (Agnès Jaoui) lo confessa al suo psicanalista, muto e ieratico. Due figli, un ex marito che resta fuori campo, un lavoro come pubblicitaria e un’anima da poetessa, Barbie, come la chiamano tutti, è da tempo in una crisi esistenziale, creativa e incomprensibile ai più. Ha perso l’orientamento, vive sola, è in terapia psicanalitica, presto si capirà che è già stata ricoverata. La prima scena la vede davanti al computer, alle prese con la scelta del carattere con cui scrivere la sua autobiografia, dal titolo intraducibile e polisemico Ma vie ma gueule (più o meno, “la mia vita, la mia faccia”).  Si è aperta così la Quinzaine des des Réalisateurs 2024, autoritratto frontale e postumo della sceneggiatrice e attrice Sophie Fillières, moglie dell’attore e sceneggiatore Pascal Bonitzer, che in Anatomia di una caduta appariva nel piccolo ruolo di Monica. Scritto quando non sapeva ancora di essere malata e, dietro sua volontà, ultimato dai figli Agathe e Adam Bonitzer (“perché abbiamo lo stesso Nord”, dicono presentando il film). Tra le apparizioni speciali di Valérie Donzelli e Philippe Katherine, una gigantesca Jaoui si districa tra momenti di depressione e piccole epifanie di umorismo e conforto, in un monologo irresistibile di sottili dispiaceri e ricerca di sé. 

 

 

Sulla sua strada Barbie fa solo incontri assurdi, compreso quello con la figlia Rose (Angelina Woreth), che di nascosto sente commentare con una coetanea il grado zero di vita sessuale della madre. Attira casi umani, ma quando pensa di essere tampinata da uno stalker, si sbaglia. Si muove dal centro di Parigi a Portsmouth questa storia di caduta e rinascita in tre atti. Di un riavvicinamento, difficile e graduale, al proprio desiderio sopito, con una massiccia dose di autoironia, compassione – non indulgenza – per le proprie mancanze e gusto dell’assurdo, del buffo. E un tocco peculiare di sfumature e verità, quel “questa sono io” del titolo, rispetto a un genere – l’autoritratto nevrotico – già molto frequentato. Come uscire di scena lasciando a chi resta ben più di un lampo di consapevolezza.