«Sto tempo è passato. Pure pe’ voi però»

 

Con queste parole si chiude il trailer di Mi chiamo Francesco Totti. Con queste parole non si chiude invece il film, anche se all’interno del concetto si racchiudono tutta la forza e il coraggio del documentario di Alex Infascelli. È la notte del 27 maggio 2017. L’indomani, il capitano della Roma si appresta a giocare la sua ultima partita di calcio professionistico. In quella notte, la sua mente e il suo cuore tornano indietro nel tempo, alle origini di tutto e attraverso immagini d’archivio sepolte nella sua memoria, il capitano (come lo chiamano nella capitale) commenta le tappe più salienti non della sua carriera, ma della sua vita. Iniziamo da qui. Da quella che può sembrare una scelta banale e commerciale ma che invece denota un taglio registico insolito e chiaro. Infascelli non firma un documentario cronachistico, ricco di interventi illustri e commenti agiografici. Il regista lascia che sia unicamente il suo protagonista a parlare, commentando in prima persone immagini che sono bene o male alla portata di tutti o che, comunque sia, tutti ricordiamo. Non c’è nessun lavoro di ricerca in Mi chiamo Francesco Totti, nessuno scoop da mostrare. Non c’è nulla da ricostruire, nulla da argomentare. Tutto è già risaputo, tutto è Storia. Non siamo dalle parti dello stile di Asif Kapadia né dell’epica narrativa di The Last Dance. Qui si punta tutto sulla soggettività, su un punto di vista più che parziale e, di conseguenza, emotivo.

 

 

Mi chiamo Francesco Totti non racconta di un singolo, di un eroe, di un mito. Racconta invece di un uomo comune che ha dovuto fare a botte con gli anni che passano, proprio come tutti noi. Ecco perché risulta facile immedesimarsi nell’ottavo re di Roma, ecco perché è impossibile trattenere le lacrime a fine corsa, ecco perché il film riesce a toccare le corde giuste come un gol all’ultimo minuto. Infascelli utilizza Totti per parlare di tutti: di una famiglia, di un gruppo di amici, di una squadra di calcio, di una città e di una Nazione. Dal campetto di scuola sino ai prati di Trigoria, dallo scudetto italiano sino alla Coppa del mondo. Un quarto di secolo, fuori e dentro dal campo, tanto per Totti, quanto per noi. Infascelli alterna continuamente i piani, dai campi di calcio, alle strade di Roma; dal calciatore, ai tifosi; dalle interviste in tv all’uso dei social. In venticinque anni è cambiata Roma, è cambiato il calcio, è cambiato il tifo. In venticinque anni cambia tutto, cambia Totti, cambiamo noi.

 

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