Quanto inane sia pensare oggi a una narrazione della realtà che attraversi il mondo con la medesima sintesi di astrazione che appartiene al cinema vero (cfr. Here di Zemeckis…), lo dimostra un film come Das Licht di Tom Tykwer, al quale Tricia Tuttle ha avuto la pessima idea di affidare il suo esordio assoluto alla guida di una Berlinale già vista con non poco sospetto. Il film di apertura dell’edizione numero 75 si è infatti rivelato un imbarazzante pasticcio che assimila tutti i vezzi da cattiva coscienza del nostro mondo globalizzato e li lancia con gesto plastico sul tavolo della narrazione come un giocatore lancia i dadi sul tappeto verde, affidandosi al caso e consapevole che una somma pur sempre verrà fuori. Da sempre portato a speculazioni esistenziali che destreggiano impianti narrativi arditi, con The Light Tom Tykwer dà seguito alla pulsione esoterica appresa a contatto con i Wachowski Bros (Cloud Atlas, Sense8) e ci spinge in una storia che vede ruotare il destino di una famiglia dell’alta borghesia berlinese attorno al dramma di Farrah, una profuga siriana che ha perso marito e due figli durante la traversata. Gli Engels sono la classica famiglia progressista che si sta schiantando contro lo specchio della buona coscienza in cui si riflette il mondo contemporaneo: mamma Milena corre tra Nairobi e gli uffici ministeriali berlinesi per finanziare un progetto umanitario che dura da troppo tempo, suo marito Tim è un copywriter che cerca slogan di valore per un mondo senza valori, i due gemelli 17enni Frieda e Jon sono i classici adolescenti accucciati nella loro inadeguatezza, lei presa tra sballi chimici di gruppo, lui intento a passare le giornate immerso nella VR. In più c’è Dio, coi suoi 8 anni, figlio di Milena e di un uomo avuto a Nairobi, che sta a Berlino e vive nel culto dei Queen.
Farrah entra in casa loro come donna delle pulizie e finisce col diventare la loro consulente psicologica, posizione che in realtà ha costruito sapientemente, perché ha bisogno di loro per guidare gli spiriti del marito e dei due figli verso la luce che libererà le loro anime in pena. Lo farà coinvolgendoli nella pratica esoterica che utilizza una frequenza luminosa capace di riattivare parti del cervello che sono attive solo al momento della nascita e della morte. Insomma la classica porta attraverso la quale il mondo terreno e quello degli spiriti si incontrano senza creare un vero e proprio varco: declinato in termini umanitari il tema è la perfetta metafora del dramma dell’immigrazione che grava sulle coscienze dell’Europa, sbattuto tra l’altro in faccia alla classica buona famiglia europea dove tutti nutrono buoni sentimenti e ottimi propositi ma finiscono per aggrapparsi al salvagente del proprio egoismo quotidiano. Farrah è una moderna fattucchiera che evoca soluzioni alternative e mentre cerca di riunirsi alla sua sventurata famiglia, tenta di offrire alla disgraziata famiglia tedesca un’occasione per essere davvero utile. L’impianto elaborato da Tom Tykwer è come sempre ellittico, nella prima parte basandosi sul classico gioco narrativo alla Cloud Atlas in cui tutto è connesso da un senso generale delle cose, per poi affidarsi a uno sviluppo che ordina i blocchi drammaturgici di ognuno dei personaggi, concedendosi per buona misura gli ormai classici sipari musical (uno dei quali realizzato persino in animazione) che servono da valvola di sfogo alle griglie della rappresentazione. Pretenzioso e vaneggiante, Das Licht insiste per 160 minuti su questi elementi e non si ferma un attimo a riflettere, enfatizzando ogni situazione e affidandosi a un relativismo un po’ qualunquista e non poco fastidioso.