Shorts23 – I chiaroscuri casalinghi e la condivisione solidale in Rue Garibaldi di Federico Francioni

Il film di Federico Francioni ha vinto la sezione Italiana Doc all’ultima edizione del Festival del Cinema di Torino ed è stato presentato a Trieste nello ShorTS IFF nella sezione Nuove impronte. Rue Garibaldi è un pezzo di storia di Rafik e Ines, fratello e sorella siciliani, ma di origini tunisine che per aprire nuove prospettive alla propria vita si trasferiscono a Parigi, trovando in Rue Garibaldi il luogo di un purgatorio nel quale si alternano speranze e delusioni, solitudini e sconforti, in una lunga condivisione con lo stesso Francioni che diventa loro ospite e osservatore, voyeur, narratore e filmaker. È da questa esperienza fortemente condivisa che nasce il film che coglie, nella continuità narrativa propria di un cinema antinarrativo, la marcata solitudine dei due protagonisti. Rue Garibaldi è fatto di immagini ricercate con l’occhio vigile della macchina da presa, che nei chiaroscuri dell’appartamento, che diventa set e mondo concluso per i due protagonisti, sanno radicare il racconto di una solidarietà fraterna che diventa l’antidoto alla distanza da casa, ma soprattutto il marcato isolamento che trasforma le vite di Ines e Rafik. Francioni non è nuovo a questi esperimenti di condivisione e se il cinema diventa nelle sue mani ripresa di una realtà imprescindibile e ineliminabile, racconto quotidiano di attraversamento di spazi casalinghi e al contempo estranei, come già nel precedente The First Shot (premiato a Pesaro nel 2017) tutto accade attraverso quel lavoro sulle immagini nelle quali si ritrova una ricercatezza istintiva e mai di maniera, là dove il flusso visivo riesce a restituire anche l’ansia del silenzio o l’enfasi della speranza o, perfino, l’afasia della macchina da presa, che assume le spoglie di un terzo personaggio dotato di intelligenza artificiale.

 

 

Forse il tema del film è, ancora una volta, dopo quel primo esperimento, proprio quello dello sguardo, di quella inquietudine dell’occhio che deve indagare le vite altrui in una progressiva assuefazione che rende invisibile la macchina da presa per trasformarla in misura di un pedissequo quotidiano. È in questo equilibrio tra sguardo lontano e sguardo partecipativo che risiede la novità narrativa del film, il vero fulcro attorno al quale si raddensa l’interesse di Rue Garibaldi, che trascina con sé anche l’empatia per la storia dei due fratelli. È dunque in questo equilibrio tra progressiva occupazione della materia narrativa e del sentimento dei personaggi e intromissione dell’occhio elettronico della macchina da presa che il film, le sue immagini, il ruolo del regista sanno farsi ponte ideale nel quale si ritrova e si sviluppa quella essenziale verità (si vorrebbe dire assoluta, ma sappiamo che è sempre pericoloso spingersi oltre un certo limite) che il cinema non ha l’obbligo di restituire, ma che, paradossalmente, costituisce il suo fine esistenziale. Francioni lavora controcorrente in una specie di ingenuità narrativa con la quale pretende di raccontare un pezzo di realtà, affogandola peraltro di quella inesauribile e ormai inscindibile comproprietà con i social. Ma è proprio questa volontà ferrea del racconto e della partecipazione che permette invece a Francioni di lavorare nel pieno di quella corrente che diventa solidale e dentro la quale il cinema, in quel ponte ideale, diventa profonda condivisione, mano tesa che allenta la solitudine. È così che il suo lavoro di regia e di ripresa diventa a un certo punto necessario per i due fratelli, essenziale nel loro assetto quotidiano, tanto da pesarne l’assenza, come si legge tra le righe di quel messaggio vocale che Ines gli manderà a riprese concluse. Rue Garibaldi non va quindi letto come un ennesimo esperimento, ma, piuttosto come una ampia conferma di un lavoro di indagine e di tracciabile comunanza di intenti. Un film che conserva le sue due facce essenziali, da una parte quella sentimentale che lega i personaggi, regista compreso, che nasce dalla casualità o dalla scelta, ma sempre dall’innamoramento, e dall’altra l’idea di una genesi che prende forma in quella alta definizione delle relazioni che si stendono come una ragnatela in quel piccolo appartamento di Rue Garibaldi.

 

 

Dall’altra parte c’è lo spettatore ed è utile riflettere sulla sua percezione essendo il destinatario della narrazione. Il film supera egregiamente la prova difficile della banalità del mero racconto di due giovani e del loro smarrimento davanti alle prime prove della vita. Rue Garibaldi, sia che insista sui chiaroscuri casalinghi attraversati da rari raggi di sole o nei suoi altrettanto rari en plein air in un bianco e nero quasi bruciato, diventa necessariamente qualcosa di altro, anche per lo spettatore meno avvertito, di un semplice racconto di doppio sradicamento, qualcosa che sa conservare un peso specifico maggiore, che possiede un genetico valore aggiunto. Tra la solidarietà che può essere solo osservata e la solitudine dell’isolamento che prende forma nel racconto del passato, vi è di mezzo l’occhio del regista, non estraneo, ma intrinseco che rielabora, nella sua invisibile compresenza, proprio questi sentimenti partecipando così, proprio sul confine della scena, all’andamento ciclico degli umori e dei sentimenti di casa. È forse per questa ragione che Rue Garibaldi sembra diventare una lunga soggettiva nella quale si consumano le incertezze e gli smarrimenti di una società che rigetta invece che accogliere, di un’epoca che isola invece che unire. Rafik e Ines rappresentano nella loro vitalità giovanile, il frutto di questo assestarsi definitivo delle relazioni e della progressiva chiusura di accessi all’inclusione per rinfoltire gli esclusi scavando steccati di profonda ostilità che matura nella solitudine inquieta della metropoli.