È un rapporto simbiotico quello che lega i due gemelli senza nome protagonisti del film di Isabella Carbonell, in concorso alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2022. Senzatetto, vivono di espedienti e lavoretti saltuari, sognando di potersi permettere un giorno una casa in cui vivere. La possibilità di un futuro migliore sembra avvicinarsi quando un amico propone loro un lavoro semplice e remunerativo ma dai devastanti risvolti etici – trasportare con un furgone ragazze costrette a prostituirsi – che fa scattare in loro una pulsione significativa al cambiamento. La camera di Carbonell si concentra sui corpi dei due gemelli, sui loro volti, il legame tra essi. Da subito risulta evidente chi sia a condurre la loro vite, a gestire la quotidianità, i rapporti, la sopravvivenza: lei, la gemella nata pochi secondi prima, che con la potenza del suo battito cardiaco ha trascinato in vita il gemello fragile, come ama raccontare. La voce, il corpo fortemente performativo di lei è quello della rapper Silvana Imam che regala una prova d’attrice incisiva e segnante. L’espressività silenziosa e potente di lui è quella di Philip Oros, che già aveva lavorato con Carbonell nel corto Brother (2019), il quale calibra perfettamente l’emergere della volontà del suo personaggio in maniera crescente durante l’arco narrativo. Compreso in cosa consista il lavoro, tra i gemelli si crea una frattura emotiva e fisica, evidenziata proprio dalla separazione dei corpi nel sonno, prima avvinghiati poi distanti.

 

 

La fotografia di Maja Dennhag fissa toni notturni, blu, mescolati a rosa e fuxia che risultano freddi, in accordo con il clima nordico degli esterni. I colori più caldi, gialli e rossi, sono riservati alla casa. Le luci al neon che illuminano la circolarità chiusa e ineludibile del trasporto dolente dei gemelli ricordano quelli de Il lago delle oche selvatiche (2019) di Diao Yinan. Ma se nel film di Diao il protagonista non sarà in grado di fuggire alla morsa degli eventi, i gemelli di Carbonell trovano nelle due giovanissime sorelle di origine asiatica (interpretate da Mia Liu e Emma Lu), anch’esse senza nome, la rifrazione della loro immagine, del loro rapporto, uno specchio che restituisce una immagine capovolta in cui è il più fragile a prendere in mano la situazione e a decidere come condurre il percorso difficile e accidentato per la sopravvivenza, che non deve necessariamente sottostare alla legge del più forte. È con distensione e speranza che osserviamo Imam finalmente allentare la presa su una realtà violenta e Oros iniziare a condurre per entrambi: solo apparentemente il più debole, il suo silenzio per scelta è la più assordante voce di questa prova cinematografica. È davvero un passaggio felice quello di Isabella Carbonell al lungometraggio: la regista svedese, che è anche sceneggiatrice dei suoi lavori, ha esordito nel 2010 con il corto My friend Josef ed è approdata alla Settimana della Critica di Cannes nel 2015 con Boys, presentato quest’anno anche al Giffoni. Nei suoi film, Carbonell si focalizza spesso sul predominio maschile trattandolo con una narrativa a tratti documentaristica a tratti poetica, immergendosi in maniera mai scontata nel rapporto tra sessualità e violenza.

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