Quando il cinema finge di essere originale e in realtà non ha nulla da esprimere tranne il proprio compiacimento. Quando essere “trasgressivi”, da un punto di vista tanto formale quanto diegetico, significa nascondere un vuoto di idee. Quando inventarsi una storia fuori dai canoni non va oltre un senso di noia, irritazione, fastidio perché quello che viene mostrato risulta soltanto e sempre un freddo esercizio di stile costruito a tavolino. Aus meiner Haut (letteralmente Dalla mia pelle, titolo internazionale Skin Deep, in concorso alla Settimana della critica di Venezia) condensa tutto ciò, il peggio di un cinema (in questo caso europeo) che dovrebbe intrigare per le proprie scelte e ottiene invece l’effetto contrario, un cinema nato per “sedurre” e che al contrario si rivela come del tutto artificioso e privo di qualsiasi identità (là dove pretenderebbe di averla, eccome). Film d’esordio del trentaduenne regista tedesco Alex Schaad, nato in Kazakistan e trasferitosi in Germania con la famiglia nel 1993, Aus meiner Haut ha un prologo idilliaco su un battello. Leyla e Tristan si risvegliano sul ponte, si scambiano gesti d’affetto, sono una coppia sui trent’anni felice.

 

 

Stanno raggiungendo un’isola per trascorrere, si immagina, una vacanza. Ad attenderli, un uomo di nome Stella, il cui volto appare da un copricapo, come una vecchia dall’età indefinita, che conosce Leyla. Prima del prologo si erano viste delle immagini “misteriose”: lui accanto a un letto invocando il padre morto (che ha la faccia di un ragazzo) e una donna fluttuare sott’acqua. Sull’isola si stanno radunando molte persone, che già conoscevano il posto o vi giungono per la prima volta, per rendere visita a Stella e al suo dolore. Sembra il set di un film d’inquietudini mutanti, di esperimenti sulla mente e il corpo. Certo, mente e corpo sono fondamentali in Aus meiner Haut e attorno a esse si snoda l’insopportabile trama che ruota attorno a esperimenti “new age” che coinvolgono i presenti per due settimane prima di tornare, forse, alle loro vite quotidiane. Si tratta, tramite la “regia” del guru Stella e di un suo assistente, di abbandonare la propria identità per assumerne altre, per “diventare” di volta in volta un’altra persona, uomo o donna non ha importanza (ecco quindi spiegato anche il prologo, frutto di uno dei tanti scambi). Perché il film vorrebbe riflettere appunto sulle identità, lo scivolare in altre menti e altri corpi, per meglio, così dovrebbe essere, ri-trovare se stessi e chi con te condivide una vita insieme. Per sottolineare tali “mutazioni”, se non bastassero le immagini fintamente depistanti, il film è suddiviso in capitoli con il nome dei personaggi e a fianco tra parentesi il nome del personaggio temporaneamente assunto. Ma in questo continuo scambio (la parola più detta nel film) si assiste solo a una ripetizione di situazioni, a degli “sketch” che non producono mai vertigine o disorientamento (e allora sì che il film avrebbe avuto un senso) ma un procedere didascalico che rende la visione sempre pre-vedibile e gratuita.

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