A Easter Cove si pesca, si uccide, si tessono trame segrete all’ombra di un passato mai del tutto sepolto. In questa tranquilla cittadina di pescatori sulla costa del Maine, dove a tirare le fila della comunità e dei destini degli abitanti sono soprattutto le donne, le sorelle Mary Beth e Priscilla Connelly, a cui è appena morta la madre, si ritrovano a dover nascondere il corpo di un uomo che hanno assassinato, fatto a pezzi e lanciato giù da una scogliera nel tentativo di farla franca, oltre che ad affrontare nuove difficoltà economiche dovute alla scomparsa del genitore. In ballo, c’è anche una bella somma di denaro sporco. È l’inizio di un incubo, nella migliore tradizione noir, dal quale si sveglieranno (forse) dopo aver disceso i lati oscuri di se stesse e di chi gli sta intorno, celati dalla coltre immacolata della neve qua e là spruzzata di sangue. La matrice di Buttiamo giù l’uomo, esordio alla regia delle statunitensi Danielle Krudy e Bridget Savage Cole passato in anteprima un anno fa al Tribeca Film Festival, ora in streaming su Amazon Prime Video, si rivela torbidamente twinpeaksiana nel suo descrivere un microcosmo di provincia in cui il confine tra bene e male è una membrana slabbrata, e le apparenze fanno presto a disciogliersi nelle acque torbide di ambiguità inaspettate che mettono a rischio gli equilibri della quotidianità. È un luogo di sordidi segreti Easter Cove, anch’essa cittadina immaginaria (le riprese sono state fatte a Harpswell, sempre in Maine) a cui, oltre a una popolazione inquieta, non manca neppure un bordello e altri giri di malaffare, situata lungo una zona costiera e rocciosa dove la pesca è il fulcro di un’economia locale che non lascia molto spazio a progetti ambiziosi di altra natura.

 

 

L’attenta descrizione geografica e sociale restituisce un senso di autenticità di luoghi e atmosfere, immergendoci all’interno di un ambiente dominato da mare e scogli, reti da pesca, superfici ruvide e capanni angusti. Ci sono il gelo, le distese di neve, e strade quasi deserte che costeggiano placide casette abitate da signore educate e cortesi, ma tutt’altro che innocue casalinghe. Questa storia fosca a tinte grottesche e da black comedy ruota infatti tutta attorno all’universo femminile: a proprio agio fra merletti e tazzine da tè, quelli delle donne sono occhi che osservano, controllano ed esercitano con misurata discrezione il pugno dell’autorità etica e civile. Gli uomini sono relegati ai ruoli secondari di semplici lavoratori, di poliziotti incapaci di imporre il rispetto della legge, di un coro che nell’incipit intona la ballata folk Blow the man down, che dà il titolo al film e introduce la tragedia a cui assisteremo (da segnalare il cammeo del musicista e cantante David Coffin), richiamata ironicamente anche dalla grande sagoma in legno di un pescatore (il riferimento è chiaramente a Fargo, e non solo in questo caso…) che, posta in strada, è testimone dei momenti più drammatici per poi essere, manco a dirlo, distrutta e buttata giù da un’automobile.

 

 

È un potere femminile tuttavia non estraneo all’intreccio di conflittualità, risentimenti, vecchi rancori e incongruenze morali che, riemergendo sinistramente da un passato non sopito, non risparmiano nessuno dei personaggi, dalla padrona del bordello che si cela dietro l’insegna dell’Oceanview Bed and Breakfast, fino alla stessa madre di Mary Beth e Priscilla. A Easter Cove, insomma, tutti hanno qualcosa da nascondere, e chi è di rado innocente, come il giovane poliziotto candidamente attratto dalla sorella maggiore, accetta con rassegnazione una convivenza con colpevoli e bugiardi. Buttiamo giù l’uomo non è un’opera prima che si distingue per la proposta di elementi di particolare novità, ma è invece nella rielaborazione di situazioni tipicamente noir e per la ricostruzione di un’ambientazione molto credibile che riesce a farsi ricordare, grazie soprattutto anche a un cast azzeccato (le due protagoniste Sophie Lowe e Morgan Saylor in primis, ma anche Margo Martindale, volto noto di varie serie tv) che conferisce al film la giusta dose di ambiguità e tensione senza eccessi caricaturali, e che dimostra ancora una volta come la provincia americana sia un teatro assoluto dell’apparenza.

 

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