Da non perdere. Da vedere e rivedere. Borom sarret e La noire de…, ovvero i due film con i quali Ousmane Sembene, all’inizio degli anni Sessanta, avviò una delle filmografie centrali nella storia del cinema delle Afriche, e non solo. Il cineasta senegalese scrisse con la macchina da presa pagine memorabili e imprescindibili del cinema che, dalla metà degli anni del decennio precedente, stava nascendo, dopo le decolonizzazioni, in più paesi del continente. Fu un periodo creativo, libero, che attraversò l’Africa e Sembene ne fu uno dei testimoni più lucidi, radicali, politici, capace di cogliere il vivere, lottare, morire quotidiano con flagranti segni di r/esistenza. Quelle due sue prime opere lo testimoniano alla perfezione e ora sono visibili in copie restaurate (dal The Film Foundation’s World Cinema Project di Martin Scorsese e dalla Cineteca di Bologna) nella rassegna Il cinema ritrovato fuori sala sulla piattaforma di My Movies fino al 20 marzo. (In apertura un’immagine tratta da La noire de…).

 

 

 

Immerso nelle strade, nei quartieri, nelle architetture di Dakar, Borom sarret, cortometraggio d’esordio di Sembene del 1963, è insieme neorealismo e nouvelle vague nel descrivere, con echi della potenza del cinema muto, la giornata di un carrettiere (il “bonhomme à la charrette” di cui il titolo ne è una pronuncia contratta) che, con il suo carretto e il suo cavallo, percorre le strade più povere della città in cerca di clienti da portare a destinazione. Poco oltre, ci sono le zone dei ricchi, a lui vietate. E superare quel confine invisibile, “sconfinare”, per accompagnare un facoltoso cliente, gli costerà caro, dovrà subire le angherie di un poliziotto che gli confisca il carretto, mentre la persona che aveva chiesto il passaggio se ne va senza pagarlo. Al povero protagonista non resta che il ritorno a casa a piedi con il cavallo, rientrando negli spazi del suo quartiere, a lui conosciuti e in cui si sente a suo agio, e nella modesta casa per un confronto doloroso e silenzioso con moglie e figli. Borom sarret è un capolavoro in bianconero di venti minuti, un on the road che è una sinfonia sonoro-visiva, un’indagine sociale per descrivere comportamenti e situazioni di disperazione e sopravvivenza urbana, spesso intingendola di considerazioni umoristiche. Quelle create da Sembene sono immagini di leggerezza inscalfibile, dove il cinema si re-inventa in strada, pedinando il suo personaggio e condividendo con lui gli istanti stratificati e contraddittori di una giornata, dall’uscita di casa al mattino alle tappe di un viaggio sempre meno libero. L’altrove insuperabile è poco lontano, è un muro controllato da “guardiani della sicurezza” che, allora come oggi, respingono chiunque sia visto come “intruso”.

 

 

Tre anni dopo, Sembene realizza il primo lungometraggio e si confronta con un diverso altrove portando sullo schermo sia un fatto di cronaca del 1958 pubblicato sul quotidiano francese Nice-Matin sia il breve racconto omonimo da lui, scrittore prima che regista, inserito nel volume che, in italiano, porta il titolo del film, La noire de…, e che uscì per Sellerio. Una nave da crociera attracca in un porto della Costa Azzurra. Quell’inquadratura iniziale segna il raccordo, e lo strappo, in seguito ancor più profondamente visualizzato dalla presenza simbolica della maschera africana tradizionale, fra Dakar, il Senegal amato dalla giovane protagonista Diouana, e Antibes, la Costa Azzurra da lei raggiunta per lavorare come baby-sitter ma poi sempre più come domestica trattata dalla coppia bianca come oggetto esotico e “imprigionata” in una villa in cui il colore dominante, non casualmente, è il bianco. Sembene racconta una tragedia dell’incomunicabilità che ha per set un’abitazione luogo di claustrofobia e morte (infine Diouana si suicida) messa a confronto, nel montaggio parallelo, con il respiro delle strade di Dakar, dove nel vivere quotidiano si intrecciano la tradizione e le spinte al cambiamento politico e sociale, l’attesa e il desiderio di partenze verso l’Europa. La noire de… è così l’evidente continuazione di Borom sarret, i due film componendo un dittico sull’impossibilità di sfuggire alla propria condizione sociale. Lo sguardo di Sembene aderisce ai comportamenti e alle reazioni dei personaggi. Così La noire de… “diventa” lo sguardo di Diouana, che seziona in rapidi stacchi la composizione dell’appartamento, come una vera e propria autopsia di uno spazio, liberandosi invece nel movimento più dolce nei due lunghi flash-back a Dakar. Autore che lasciò la letteratura per il cinema per poter raggiungere una più vasta platea al fine di compiere “un’azione politica” di divulgazione, Sembene ne La noire de… cristallizza questa sua istanza ritagliandosi un piccolo ruolo proprio come maestro di una scuola popolare nella capitale senegalese.

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