Michel Gondry incontra «il più importante pensatore vivente», e poco conta che quella di Is the Man Who is Tall Happy? (2013, disponibile on demand su IWONDERFULL) sia la forma di un lavoro «puerile e per nulla scientifico», come confessa il regista di Versailles, perché alla fine ciò che è decisivo è che sia «vero». Come? Sfidando, palesando, mettendo a nudo la «manipolazione» che il cinema applica ai suoi oggetti e soggetti piegandoli allo sguardo dell’autore, dichiara Gondry sin da subito. Per questo le varie conversazioni con il grande linguista, filosofo e attivista statunitense classe 1928, avvenute nel corso del 2010, diventano un documentario di animazione, An Animated Conversation with Noam Chomsky, come recita con vivace intelligenza, tra gioco linguistico e gioco del cinema, il sottotitolo del film. Uno straordinario cinemanipolatore anarco-individualista contro la manipolazione che l’immagine porta con sé. Basterebbe già questa dichiarazione d’intenti a collocare Is the Man Who is Tall Happy?, questa ennesima teoria molto privata eppure sfacciata, ingenua e serissima, consapevole e caotica, tra le cose preziose del filmmaker francese. Perché, in fondo, non si tratta che di un altro lavoro sul tempo, soprattutto. E allora forse, questo film, praticamente autoprodotto, potrebbe essere l’altra metà di un dittico, l’opera quasi complementare a  L’épine dans le coeur – La spina nel cuore (2009), documentario incentrato su Suzette, zia del regista. An Animated Conversation, quella tra Gondry e Chomsky, che si insinua tra il montaggio di The Green Hornet (2011) e la scrittura di Mood Indigo – La schiuma dei giorni (2013), opere separate da The We and the I (2012). Ma Gondry è soprattutto l’acchiappatempo di Is the Man Who is Tall Happy?, è l’autore di un Be Kind Rewind impossibile.

 

 

Tra una ronzante Bolex 16 mm  e fogli di acetato, tra il reale e il suo segno rimodulato in schizzo, disegno, animazione, nella cerniera tra il testo e l’immagine, tra le voci e le forme e il colore, l’emozionato e curioso artista e il suo poco fluido inglese marchiato dal francese si imbattono nel placido e sterminato sapere chomskyano. Lo schermo è  quasi per tutto il film illustrazione in movimento: il reale è quasi solo reinterpretato, ripensato; Gondry inventa Chomsky. Is the Man Who is Tall Happy? è un bellissimo “manifesto” e una bellissima autosmentita. È un diario di bordo, una confessione, una mappatura, una ricognizione (emotiva, mentale, formale, poetica), un paradosso verissimo, una traversata intima tra il mondo e l’inconscio del cinema. Il disegno re-informa il pensiero, le parola che il regista non comprende, le parole che non sa dire. È questo dolce attrito tra il punto di vista del linguista e quello inestricabilmente duplice del cineasta – interno ed esterno, dispersivo e selettivo, interrogativo e organizzativo –  a deviare il senso, a produrre una multidimensionalità continua, una narrazione concreta e imprendibile. Il film è una passeggiata tra il mondo e la sua inintellegibilità e la nostra relazione con tutto questo, saltando dalla «continuità psichica» che imponiamo alle cose, per dirla con Chomsky, alle sue possibili effrazioni, fluttuando da Platone e Cartesio a Galileo e Newton, dall’infanzia dell’intervistato ai giorni di oggi, all’amore e alla morte, dal concetto di ispirazione alla comunicazione, dalla scienza alle credenze collettive, dall’astrologia e dalla religione alla grammatica generativo-trasformazionale. Gondry cerca certezze ma trova sempre e solo altri quesiti, trova un documentario di fantasia. E se invece Is the Man Who is Tall Happy?, alla fine – o al principio -, non fosse davvero (solo) una domanda? Se fosse, magari, tutto un altro film?

 

 

 

 

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