L’origine è il punto in cui si incrociano autobiografia e finzione. “Per molto tempo ho voluto realizzare un film, sapendo che avrei parlato della famiglia. La mia era piena d’amore, ma anche di conflitti accesissimi”, precisa Paul Dano. Dalla lettura di Wildlife di Richard Ford, romanzo del 1990 (pubblicato in Italia da Feltrinelli col titolo Incendi), si è poi generata la Wildlife cinematografica dell’attore newyorkese, qui al suo esordio registico nel lungometraggio –  senza essere tra gli interpreti –, scritto a quattro mani con la compagna Zoe Kazan, già con lui a condividere il set nel Ruby Sparks di Valerie Faris e Jonathan Dayton (2012), da una sceneggiatura delle stessa Kazan. Non sono gli anni Sessanta, è il 1960. Non sono gli Stati Uniti, è il Montana; sembra più vicino il Canada piuttosto che le elezioni presidenziali a fine anno vinte da John Kennedy. Sono più vicine le montagne piuttosto che i movimenti in divenire della Storia, delle rivoluzioni, delle illusioni e dei traumi di una nazione. Joe (Ed Oxenbould), 14 anni, è arrivato da poco in una cittadina del  Montana – l’ennesimo trasloco a causa dell’instabilità lavorativa paterna – con i suoi genitori Jeanette (Carey Mulligan) e Jerry (Jake Gyllenhaal). L’uomo però perde presto il posto e decide di andare a spegnere le fiamme che inceneriscono i boschi al confine col Canada, col rischio di non tornare a casa. Restano Joe e sua madre, e i già incerti equilibri coniugali si fanno più scivolosi.

 

 

Wildlife (oggi su Netflix e nel 2018 ad attraversare festival dal Sundance a Toronto, da Cannes a Torino – dove avrebbe ottenuto il premio per il miglior film dalla giuria presieduta da Jia Zhangke e composta, tra gli altri, da Miguel Gomes –) accarezza il racconto di formazione ma narra un’implosione. Imprigiona il protagonista in una mitezza gentile, in una fragilità muta, osservativa, in un’adolescenza che non almanacca sulla propria età ma chiede a una madre inquieta gli anni che ha invece lei. Gli occhi di Joe sono il sentimento del film, e quelli di Dano guardano con commovente tenerezza questi personaggi sperduti, infelici, drammaticamente incompleti, inadeguati, variamente  colpevoli senza colpa. Un’incompiutezza esistenziale che si dipana in modi diversi: nel rifiuto confuso di Jeanette a soccombere agli schemi dentro i quali pare essersi autodeterminata; nell’irrequietezza ostinata e contraria eppure candida di Jerry; nella remissività riflessiva di Joe, spettatore di un discorso amoroso che si è inceppato e di una relazione materna con un altro uomo che è una falsa fuga in avanti. Joe che al pomeriggio dopo la scuola, presso uno studio, per aiutare l’economia domestica, forse nell’illusione di salvare un matrimonio, fotografa le felicità altrui. Joe che attende la neve nemica del fuoco, perché solo così suo padre potrà tornare. Negli Usa, chissà, le famiglie sono forse più disfunzionali che altrove, ma la puntualità recitativa degli interpreti e quella registica di Dano disegnano figure di una nettezza tanto precisa quanto malinconicamente disincarnata che scompagina luci e ombre emotive, che modula nel gesto, nello slancio inaspettato, in un dialogo di superficie, il segreto delle loro identità sfibrate; che misura i personaggi più per quello che pensano, guardano, attendono, forse sognano, che per quello che dicono. Wildlife è il dolce dramma delle loro solitudini. E in un Montana che non conosce il mondo, in una provincia dove passano le stagioni ma il tempo si ripete fermo, la vita selvaggia dei protagonisti è quella dei loro cuori.

 

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