Al suo secondo lungometraggio, la cineasta tunisina Hinde Boujemaa si conferma come una delle voci più interessanti del nuovo cinema arabo. Nel 2012 aveva esordito con il documentario “di finzione” Era meglio domani (distribuito da Cineclub Internazionale), dove al centro della narrazione c’era una donna, povera e con figli, errante per quartieri poveri in cerca di un riparo quotidiano, mentre all’esterno, ma “lontano” da lei, la Tunisia viveva i suoi giorni di “primavera araba”. E ancora una donna, di altra condizione sociale, è in primo piano in Le rêve de Noura (in concorso al Torino Film Festival e vincitore di due premi alle Journées cinématographiques de Carthage, lo storico festival di Tunisi la cui edizione di quest’anno è terminata il 2 novembre: Tanit d’or per il miglior film e premio per la migliore attrice). Madre di due femmine e un maschio, sposata con Jamel (nel suo ruolo c’è un attore rinomato come Lotfi Abdelli), che sconta una pena in carcere, Noura (interpretata da Hind Sabri, ovvero una delle migliori attrici del cinema arabo, che ha lavorato con figure del calibro di Moufida Tlatli – nel capolavoro Les silences du palais, del 1994, suo esordio a 15 anni, e in La saison des hommes, del 2000 – e Nouri Bouzid – in Poupées d’argile, del 2002 – e in molti film egiziani, tra cui Omaret Yakobean, del 2006, diretto da Marwan Hamed e tratto dal romanzo Palazzo Yacoubian di ‘Ala al-Aswani) sta chiedendo il divorzio, a insaputa del marito, e vive una relazione felice con l’amante Lassaad (Hakim Boumsaoudi, già visto anche nell’opera prima di Mohamed Ben Attia Hedi, del 2016). Tutto sembra precipitare, avvolgersi in un “cul de sac”, quando Jamel esce di prigione per un’amnistia e torna a casa.

 

 

Su questa trama, Hinde Boujemaa costruisce un flagrante melodramma, una positiva tensione claustrofobica, quasi teatrale, con una convincente camera a mano che si muove per la maggior parte in interni (l’ospedale nella cui lavanderia è impiegata Noura, lo studio dell’avvocata che la segue nella pratica del divorzio, il garage dove lavora Lassaad, il piccolo appartamento in cui Noura vive con i figli e il marito, il commissariato dove avviene un lungo interrogatorio fatto di verità e menzogne). E elabora immagini dense, magmatiche, sensuali, filmando corpi pieni di desiderio (si pensi alla scena nell’androne con Noura e Lassaad che “si annusano”, cercano, abbracciano) e di paura (Jamel, che continua a svolgere piccoli traffici, e dei suoi complici picchiano brutalmente Lassaad, che sporgerà denuncia). A tale “imprigionamento” dei personaggi, che pare non condurre a una via d’uscita, e che la legge tunisina amplifica riguardo alle questioni delle relazioni familiari, Boujemaa offre alla protagonista, determinata nella sua lotta e nella sua passione, un respiro, un trauma e ancora un respiro nel notevole finale, quando le viene comunicato che la procedura per divorziare è stata avviata. Se l’amante inizialmente la rifiuta, nell’epilogo (o, meglio, nel possibile inizio di una nuova esperienza) Noura si sveglia, è un altro mattino, ci sono le voci dei figli (ai quali poco prima era stata dedicata a ciascuno una breve scena, cogliendoli in loro momenti personali di quotidianità in esterni), apre gli occhi, riceve una telefonata (si immagina di Lassaad), risponde e lentamente sorride.

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