La fine è il nostro inizio. Tenere gli occhi aperti. Catturare la realtà per quanto possibile, imprimere un segno se possibile, incontrare gli altri se possibile. E poi respirare, gioire, guardare. Se possibile. Rinascere. Tornare. Vivere. Cosa resta del tempo vissuto tra la primavera del 2020 e l’autunno del 2021? Quali desideri? Quali evasioni? Dove si dirigeva il nostro sentire? A queste e ad altre domande sembra vogliano rispondere Katia Viscogliosi e Francis Magnenot registi e produttori di Foga dei passi – Cinemavita, presentato in Concorso Documentari Italiani al 40° TFF. Una suite cinematografica, così dichiarano, «iniziata nel 2015 con il film Ho visto Morandi».  Un lavoro in itinere e in continua evoluzione «composto a oggi di oltre venti movimenti realizzati dal vivo, a spasso col tempo. È un diario sensoriale della vita attorno a noi, che lega pensieri e azioni, passato e presente, osservazioni e immaginazioni. Non è teoria ma pratica: è un cinema artigianale, quotidiano, realizzato volutamente con pochi mezzi, guidati dall’intuizione del momento, attenti all’apparire della bellezza».

 

 

Un film in cerca di definizione scandito dallo scorrere di un tempo indefinibile, colmo di dolore, sovraccaricato dalla ricerca di un senso ma anche dalla necessità di non dimenticare il vissuto riordinandolo in una sorta di diario sensoriale della vita, una forma di specchio che riflette pensieri e parole, immaginazione e inquietudine. Da Lione a Roma passando per Imperia, guardando il mare, toccando la sabbia e tuffandosi nella neve, la composizione di Viscogliosi e Magnenot evita di ricomporre l’immaginario abitudinario del lockdown, tralascia la resa dei conti con il virtuale, congela ogni forma di inquinamento infodemico superando così i cliché del genere attraverso una forza poetica carica di nostalgia e stupore per il quotidiano. C’è una bellezza che non sfugge e con la quale lo spettatore è chiamato a entrare in relazione, immagini che abbracciano la luce, la freschezza, il tepore. Qualcosa che riguarda la meraviglia di chi non vuole sprecare le infinite opportunità offerte dall’occhio e che crede fortemente in una continua rinascita, come testimonia la rosa di Gerico di cui si parla all’inizio del film, protagonista indiscusso di un viaggio esistenziale autentico e imperfetto, straordinariamente umano.

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