Un mazzo di fiori tra il ciglio di una strada, quella sulla quale ha perso la vita in un incidente il padre di Lucas, il diciassettenne protagonista del film, e un fiume che si intravvede tra gli alberi sullo sfondo. Con questa immagine Christophe Honoré apre il suo ultimo film, Le Lycéen. Proprio nell’equidistanza dall’immobilità implacabile e mortale dell’asfalto e dal fluire incessante e vitale dell’acqua sta l’anima di questo film, non a caso dedicato dal regista al padre scomparso, che racconta il paradosso che ogni mente umana è chiamata ad attraversare elaborando il lutto per la perdita di una persona cara: fare un enorme sforzo per lasciare entrare, accettandola, la morte (dell’altro) fino a quel momento impensata e per sua essenza inaccettabile, e non lasciar uscire la (propria) vita, sottraendola alla irresistibile forza gravitazionale del baratro della perdita. Lo stesso Honoré ha dichiarato: «I miei film hanno spesso affrontato la disgrazia, l’irreversibilità, i punti di rottura, ma non avrei mai pensato che un giorno avrei girato un film sul particolare stato in cui mi trovavo nei mesi successivi alla morte di mio padre. Da Plaire, aimer et courir vite in poi ho cercato di affrontare ogni nuovo progetto con una sincerità più scrupolosa. In sostanza, penso che le persone facciano film perché in fondo sentono la mancanza di qualcuno, o perché sentono, brutalmente o vagamente, un vuoto che cercano di riempire con un film. Forse allora sentivo la mancanza di mio padre più di qualsiasi altra cosa».

 

 

Del resto è d’accordo con lui uno dei più grandi romanzieri viventi, Don DeLillo, che in The Body Artist (2001), storia di una donna che elabora il lutto per la perdita del marito, scrive che il racconto «estende gli eventi e ci dà la possibilità di soffrire e uscirne, di vedere la morte e uscirne». Il nesso tra morte e racconto resta sempre freudianamente quello tra una struttura profonda e una struttura di superficie, con la prima che la svela la seconda come segno e la nasconde come cosa. Da un lato il mondo fittizio del racconto (da cui possiamo uscire in ogni momento) integra la morte come elemento comprensibile e perfino necessario al suo carattere geneticamente retrospettivo, perché soltanto la fine può determinarne il significato conclusivo, chiudendo la storia in una totalità significante. Dall’altro lato il racconto ci fa dimenticare la morte come irruzione traumatica del non essere nell’essere, come evento fisico che crea una discontinuità irreparabile nella nostra esperienza del mondo reale.  Ne Le Lycéen si aggiunge al trauma della perdita del padre quello di un disorientamento che diventa perdita dell’identità del figlio adolescente che si stava appena affacciando alla vita, tentando affannosamente e con tutte le contraddizioni inevitabili a quell’età di mettere a fuoco se stesso, il suo orientamento sessuale, le sue ambizioni per il futuro. Il giovanissimo Paul Kircher presta a Lucas un corpo, un volto e un respiro che lasciano attoniti, supportato dall’ottimo Vincent Lacoste nel ruolo dl fratello più grande e dall’intensità leggendaria di Juliette Binoche nel ruolo della madre, o meglio della moglie che si sforza di proteggere i figli dal suo stesso disperato dolore. La trama si muove come una spirale, tra racconto puro e confessioni dei personaggi, ricostruendo con chiarezza lancinante le spire dell’elaborazione reale del lutto.

 

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