Le anime e i volti che abitano Vera de Verdad convergono sulla linea di confine che separa, facendole incontrare, la vita e la morte, il mare e il deserto. Il primo lungometraggio di Beniamino Catena, classe ’68, molte esperienze pregresse tra serialità televisiva e videoclip, ha una forma ibrida che mescola romanzo di formazione, thriller metafisico e dramma esistenziale, è caratterizzato da slittamenti e spaesamenti ed è forte dell’ambizione di esplorare il rapporto tra presenza e assenza, anima e corpo, tempo e spazio. Vera, una bambina di undici anni, scompare senza lasciare traccia. Due anni dopo ritorna ma invece di essere adolescente è una giovane donna. Non ricorda nulla. I genitori sono sconvolti ma l’esame del DNA conferma che è davvero lei. Quando i ricordi riaffiorano alla memoria, Vera capisce di aver vissuto la vita di un uomo cileno, clinicamente morto, che, dall’altra parte del mondo, si era risvegliato nello stesso istante in cui lei era svanita nel nulla. Come dichiarato dallo stesso Catena, Vera de Verdad è «un film che ha molte anime e molti volti. La storia qui raccontata ha connotati meticci perché il fantasy si fonde con la fantascienza abbracciando il dramma e il genere romantico. Tuttavia lo stile cinematografico è iperrealistico, lucido, talvolta documentario. Da questo contrasto nasce quell’idiosincrasia feconda che è il realismo magico, un linguaggio che potenzia il messaggio del nostro film. Perché Vera de Verdad racconta qualcosa al limite del reale esplorando ciò che non è visibile ma ugualmente tangibile e forte come la paura, l’amore, il dolore, il senso dell’infinito».

 

 

Il reale a cui si riferisce Catena è costellato da tanti pianeti che sembrano gravitare intorno a un Tutto non bene definito: c’è la storia di Vera, ragazzina dall’animo ingombrante, che si sente stretta nel corpo di giovane donna e attratta da qualcosa di altum (nel senso di profondo) tanto da vivere un’esperienza inaudita: una stella che brilla e illumina la vita degli altri; c’è la vicenda del professore di Vera, tormentato dalla sua scomparsa e da una verità che non riesce a venire a galla, turbato com’è da un mistero che ha qualcosa di ancestrale che lo interpella ma da cui anche fugge; c’è la vicenda di Elias e del conflitto con la figlia, in Cile. Non tutte le traiettorie sono messe a fuoco con la stessa cura, soprattutto sul piano della gestione del ritmo, delle emozioni e della scrittura della materia soprannaturale un po’ appesantita da un sistema simbolico spesso didascalico. Resta l’idea di uno spunto interessante per come si rivolge alle meccaniche del sogno e del realismo anche se poco esplorate.

 

 

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