Un disaster movie di nuova generazione: Digger di Alejandro González Iñárritu

C’è del marcio in America. In un’America dominata dal denaro e a esso prostrata. I destini del mondo dipendono da chi dirige il volano del dollaro: non c’è potere più grande, necessità più esibita, sopraffazione più plausibile. Il feticcio simbolico degli Stati Uniti non consiste nel potere politico (il Presidente, letteralmente dilaniato da un cancro rettale), né in quello militare (Capi di Stato Maggiore che vorrebbero giocare con le armi come ai tempi del Wargames di John Badham): il tangibile simulacro a stelle e strisce è il detentore del potere economico, il capitalista purissimo, lo sfruttatore di genti e risorse. Insomma, Digger Rockwell. Colui che scava bene, e in profondità, sconfiggendo anche le pietre. Perché le risorse del nostro malandato pianeta sono sotto la crosta terrestre, sia praticamente che metaforicamente. E Digger scava, sa scavare, crea profitto dal suo scavare, trova sempre scavando – come zio Paperone nel Klondike – una qualche forma di oro sotto i piedi, inconsapevole che prima o poi gli verrà chiesto conto delle proprie azioni. E invece. Digger – il film – comincia così, in medias res: un risveglio del magnate dei magnati accoccolato accanto al suo gatto ormai robotico, tenuto in vita dalla scienza più avanzata, che scopre che la sua attività tanto redditizia sta distruggendo il mondo. Pezzi di Artico che si staccano e che minacciano le coste di mezza Europa con risultati che vanno oltre il catastrofico. Digger non si scompone, Digger deve intervenire perché il suo intervento è l’unica ancora di salvezza che può rimediare al disastro che lui stesso ha creato. E questo è solo l’inizio. Alejandro Gonzalez Iñárritu, a pochi anni di distanza dal fallimentare Bardo, non si arrende e costruisce un monumento (meta) cinematografico a un tipico personaggio larger than life non diverso nell’intimo dal Daniel Plainview di Il petroliere di Paul Thomas Anderson, colorandolo però all’opposto.

 

 
Quella che all’apparenza, e prima delle numerose svolte narrative a effetto che Iñárritu dissemina nel film, è una novella grottesca anticapitalista tendente al survoltato (nella recitazione, nella scelta delle inquadrature, nella fotografia spadellata in VistaVision di Emmanuel Lubezki) diventa l’ennesima riflessione sulla messa in scena – letteralmente: su cosa voglia dire recitare in un mondo ormai arreso alla falsità – che vive di una continua, consapevole, evocata mise en abyme. Senza voler svelare troppo della trama, che presenta sorprese (piacevoli o meno), Digger si sposta presto dal piano della farsa a quello della metafora, correndo il rischio di prendersi fin troppo sul serio. Lo fa creando una propria simbologia interna, affidando al re incontrastato del cinema d’azione – i successi più recenti di Tom Cruise (straordinario, va sottolineato) sono legati a doppio filo alla sua fisicità intramontabile – il ruolo di un uomo imbolsito e statico, umorale e talmente oberato dal trucco prostetico da essere costretto a recitare quasi solo con occhi e voce. È quasi una dichiarazione di intenti, a suo modo coerente. Iñárritu prosegue un discorso, fascinoso quanto impervio e discutibile, iniziato con Birdman e Revenant: antieroi alle prese con le macerie di un mondo che schivano, schifano o rifiutano. E che alla fine presenta un conto da pagare. Che sia l’orrore invisibile dello show business, l’implacabile neutralità di una wilderness da manuale, o la ribellione di una natura che meccanicamente – e implacabilmente – reagisce a un’avidità fuori controllo percepita come assodata.

 


 
Il Digger di Iñárritu assume coloriture che vanno oltre una ostentata presa in giro del trumpismo regnante, assume anzi sfumature universali, conclamate negli Usa più per cronaca che per essenza, e capaci di interrogarci sul destino del nostro mondo – non solo del nostro pianeta – e di chi sa (può, deve) indirizzarlo. Digger è una commedia nera e un disaster movie di nuova generazione; un film sulla rappresentazione – sulla “recita” – e sulle responsabilità. Ma è anche vittima di un meccanismo – consapevole quanto disturbante – che fagocita le intenzioni del film. Digger è allo stesso tempo sopra le righe e controllatissimo, finendo per parlare (e non a tutti, vista l’accoglienza di critica e pubblico) troppo alla testa e poco alla pancia. Un’operazione coraggiosa, certo, ma che risulta contemporaneamente incontinente e stitica, in bilico tra originalità, brillantezza, scialacquo di idee e manipolazione di emozioni.