Ci piacerebbe conoscere l’opinione del sindacalista Aboubakar Soumahoro su questo film che a Venezia77 fa parte del cartellone di Le giornate degli Autori. I fratelli De Serio che devono la loro fama a Sette opere di misericordia del 2011 e al successivo I ricordi del fiume del 2016, si cimentano in una storia meridionale in cui la tragedia di una famiglia si fa scenario di una tragedia collettiva ambientata in quel sottobosco in cui il lavoro diventa schiavitù e questione privata in un rapporto nel quale le persone diventano proprietà del “padrone”. Già nel 2017 Pippo Mezzapesa con il suo intenso cortometraggio La giornata aveva raccontato il sacrificio di una donna, Paola Clemente, morta nei campi della Puglia per avere lavorato, complice l’interessata indifferenza dei suoi “caporali”, sotto il sole, sfiancata dalla fatica. Anche i fratelli De Serio prendono spunto da questa triste vicenda e, quasi a continuare la narrazione interrotta da Mezzapesa, cominciano proprio dalla morte della donna, che nel loro film diventa Angela (Antonella Carone), per rendere visibile il dopo del marito Giuseppe e del figlio, il piccolo Antò, abbandonati in solitudine e anche in povertà dopo la sua morte. Un incidente nella cava dove lavorava aveva reso semi invalido Giuseppe per cui la famiglia si reggeva sul lavoro di Angela. Ma la nuova condizione obbliga Giuseppe a trovare lavoro come sfruttato bracciante agricolo, nella stessa condizione della moglie, condividendo con il figlio e gli immigrati la vita in una tendopoli.

 

 

In questi casi, in cui l’intensità e gli esiti della cronaca sembrano sopravanzare ogni parola che possa essere spesa sul film, è sempre difficile separare il giudizio sull’opera come oggetto e testo narrativo, dal calore della materia viva. Ma operando questo intervento e quindi eliminando ogni giudizio sui fatti (quelli veri) e su ogni malessere sociale che si atteggia come ulteriore inappellabile giudizio sulla umiliante condizione di lavoro per molti uomini e donne, nel terzo millennio, qualche parola sul senso di Spaccapietre va spesa. Il film diventa palcoscenico sul quale, con rigore formale e sostanziale, i fratelli De Serio affrontano i temi che non sono solo quelli del lavoro e della sottomissione morale e personale dei lavoratori, che sembra dovere diventare atto dovuto verso il “padrone”, ma attengono, di conseguenza, alla spoliazione di ogni forma di dignità che serve a sottomettere psicologicamente la persona fino farla diventare insensibile alle offese e ai soprusi. La sequenza in cui la giovane donna si sottomette al capo in una umiliante mortificazione corporale, sequenza che si ripeterà con protagonista Giuseppe, sintetizza con precisione questa condizione che non riguarda quindi soltanto gli immigrati, ma attiene ad una più generale violazione dei diritti e ad un pensiero che induce a immaginare i lavoratori come schiavi, come proprietà privata. Spaccapietre, complice una endemica assenza dello Stato, accumula queste tensioni e il corpo possente, ma fragile di Giuseppe, un Salvatore Esposito che dopo Gomorra fa bene a rimettere in discussione il proprio ruolo di attore, diventa il catalizzatore finale e quindi lo scatenarsi di quello strumento di difesa non conoscerà mediazioni.

 

 

I fratelli De Serio hanno realizzato un film quasi silenzioso, essenziale, nella sua messa in scena centellinando le parole, un film che potrebbe essere stato girato in un chiostro e non nelle campagne tarantine, tanto induce, proprio in virtù di questa sua scarna forma rappresentativa, a diventare, strumento intimamente aggressivo dei temi che restano sottesi. Il cinema italiano ci ha abituati alla riflessione sui temi della convivenza sociale, Spaccapietre con il suo carico di rigore formale e di originalità della rappresentazione, prosegue questo lavoro e senza alcuna enfasi narrativa o di rappresentazione, contribuisce a restituire ai temi di cui si fa portatore una particolare efficacia residuale che dura nel tempo anche a proiezione conclusa. Ancora una volta i due fratelli torinesi affidano il loro cinema ad un’idea di pulizia dell’immagine, di rigore scenico e formale che diventa un loro tratto distintivo, una loro invidiabile originaria impronta artistica. Nel film la tragedia di Angela e quella successiva di Giuseppe e del piccolo Antò, magnificamente interpretato da Samuele Carrino, combinano un efficace e dirompente effetto sul silenzio che troppe volte riguarda l’insopportabile e umiliante condizione di lavoro nel meridione creata e mantenuta da un caporalato che agisce con le mani libere e quasi indisturbato. Una condizione che riguarda tutti e questo diventa un ulteriore pregio del film. Spaccapietre non fa retorica terzomondista o si fa strenuo difensore dei diritti dei lavoratori immigrati, spiazzando tutti, invece, guarda dentro la propria casa, dentro i fatti che riguardano gli italiani, quelli che dovrebbero venire prima (in quale gara? Quella che vince il più sfortunato?). È questo sguardo complessivo e mai settario a dare efficacia e riconoscibilità immediata al film, quella riconoscibilità che diventa originalità narrativa. A  questo punto aspettiamo l’opinione di Aboubakar Soumahoro le cui parole sembrano riecheggiare dentro le immagini di Spaccapietre.

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