Le mandibole del titolo sono protesi contenute in una misteriosa valigetta, ma anche le fauci mosse da un insetto gigantesco sempre inquadrato nell’atto di masticare. Questo per dire che la bizzarria e l’eccentricità sono l’anima e il centro pulsante del nuovo film di Quentin Dupieux (Le daim, Wrong Cops). Un film (fuori concorso) in cui ogni dettaglio cresce fino al parossismo del verosimile. Mandibules è una delle opere migliori viste alla Mostra fino a oggi. Un film assurdo, spiazzante e destabilizzante. I due personaggi (umani) principali sono Manu (Grégoire Ludig) e Jean-Gab (David Marsais), due perfetti con, ovvero coglioni, idioti, ottusi, che partono su un’auto rubata per andare a prendere e consegnare una valigetta. Si ritrovano nel bagagliaio una mosca gigante e decidono di addestrarla per far soldi: «la useremo tipo…come un drone! Geniale…». Ai due si aggiungerà poi una vera e propria “banda di idioti”, maschere tonte, strambe, mentalmente non brillantissime, in cui spicca un’inedita Adèle Exarchopoulos nei panni di Agnès, ragazza reduce da un incidente di sci in cui ha sbattuto pesantemente la testa.

 

 

La coppia comica Ludig e Marsais funziona alla perfezione. Sembrano due François Pignon (il personaggio inventato da Veber), ma ancora più ottusi, sfortunati, sfigati. Dupieux li osserva con affetto, senza alcun cinismo, alle prese con una creatura mostruosa che a loro pare normalissima. L’autore riesce immediatamente a immergerci in un mondo di assurdità in cui ogni eccesso appare verosimile, credibile, probabile, anzi reale. Nel film precedente (Le daim) era una pelle di daino a fare da copertura e paratesto alla commedia dell’assurdo della vita contemporanea e dell’arte di arrangiarsi. Qui la “pelle” paratesto sono le mandibole e i peli di mosca. Dupieux forse supera se stesso in surrealismo, weirdness e acuta follia. Per inciso, è già diventato saluto tra gli aficionados della Mostra il «Toro Toro» o «Toro émotion», ovvero il dapping da nerd che si lanciano i due protagonisti. Jean-Gab e Manu sono, per dirla con Flaiano, due «cretini illuminati da lampi di imbecillità».

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