Diretto. Senza pietà. Definitivo. Nuevo Orden (in concorso) di Michel Franco, astro nascente del cinema messicano e già produttore di Desde allà di Lorenzo Vigas (che vinse il Leone d’Oro a Venezia nel 2015), è un cazzotto tirato con forza al corpo dello spettatore. Racconta una storia che esprime tutto nello svolgimento dei fatti, senza un’elaborazione successiva, e senza nemmeno una particolare ricerca formale: forse anche per questo è piaciuto di più alla stampa internazionale che non alla critica italiana, in generale esigente sul piano del linguaggio cinematografico. Franco, tuttavia, vuole lanciare un avvertimento piuttosto che porgere un messaggio: questa risulta allora la maniera più adatta, se non l’unica, di esprimersi. È in corso lo sfarzoso ricevimento di nozze di una rampolla dell’alta borghesia di Città del Messico, quando scoppia una rivolta di disperati che bagna di sangue e sporca di vernice verde le strade, provocando per reazione (?) un colpo di stato militare. Anche la festa, in apparenza protetta da intrusioni esterne, è funestata da un’irruzione di estrema violenza che segna inesorabilmente la vita della famiglia della sposa, come anche della servitù della casa. Franco trova nella storia stessa del suo Paese (talmente avvezzo alle rivoluzioni da essere stato governato per quasi settant’anni del secolo scorso da una formazione politica chiamata Partito Rivoluzionario Istituzionale, che a rigore sarebbe una vera e propria contraddizione in termini) il terreno fertile per ambientarvi una vicenda distopica che mette a fuoco un abbozzo di eversione che parte dal basso, preludio di un’altra, riuscita, che arriva dall’alto.

 

 

I fautori della rivolta si pitturano e imbrattano di verde (il colore simbolo della Nazionale ispano-americana), attaccando le case dei ricchi; ma la loro azione viene prontamente utilizzata quale pretesto per sovvertire l’ordine costituzionale da parte di organizzazioni non meglio definite, che attuano la sostituzione della fragile democrazia con una dittatura militare. Non è chiaro fino in fondo da che parte stiano alcuni dei soggetti coinvolti, a chi rispondano per esempio (oltre che ai propri bisogni e ai propri istinti) i paramilitari e i soldati; di sicuro il potere tutela gattopardescamente se stesso, come dimostrano due personaggi su tutti – il politico di lungo corso e il generale rampante e rapace -, che sono i più inafferrabili tra quelli in scena, anche se a posteriori appaiono addirittura come i più trasparenti. Ogni altra figura che abbia un minimo di spessore drammaturgico, collocabile tra i benestanti o tra i poveri oppure altrove, è (volutamente) schematica, quasi stereotipata nei comportamenti: chi cinico, chi arrogante, chi fintamente caritatevole o fintamente accondiscendente, chi davvero solidale o davvero leale. Tutti infine coinvolti, senza sconti. La distopia di Nuevo Orden si colloca appena un gradino al di sopra dell’attualità presente, vale a livello universale, e sembra indirettamente invitare ciascun uomo o governo di buona volontà a lavorare su diseguaglianze sociali e ingiustizie, per uscire da un pericoloso imbuto, fino a quando c’è tempo. Se infatti nel film di Franco non c’è (o quantomeno noi non lo conosciamo) un motivo specifico che genera la “chiamata alle armi”, un po’ come accadeva in Joker di Todd Phillips (dove la gente ha rabbiosamente fame di qualcosa che non riesce a individuare con precisione), è certamente sotto accusa la sperequazione sociale crescente, il gap sempre più ampio tra chi ha in eccesso e chi invece non sa come andare avanti, zavorrato da un sistema che non gli consente di emanciparsi dalla povertà. A chi, in sede di conferenza stampa veneziana contestava al regista che al suo film manca la speranza, Franco rispondeva con un coup de théâtre: “Non è pessimista, anzi forse è ottimista, nonostante che noi possiamo constatare ogni giorno come vi sia poca empatia verso chi soffre di più. Ma il film non lancia un messaggio, semmai un monito: se la diseguaglianza non viene risolta con metodi civili e se il dissenso viene silenziato, allora subentra il caos. Se questa visione disturba, vuol dire che ho messo il coltello nella piaga”. Triste, solitario y final.

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