C’è Didem che sogna di diventare una danzatrice, ma allo stesso tempo deve far fronte alle diffidenze che materie così “scandalose” come il ballo suscitano nel vicinato più tradizionalista; c’è poi Iffet, madre disperata, alla perenne ricerca di denaro per sedare le belve sanguinarie che attanagliano il figlio nel carcere in cui è stato rinchiuso ingiustamente; e ancora c’è Ela, artista e attivista che lotta per i diritti delle donne e della comunità LGBTQ. Infine c’è Rasit, che rimesta nel torbido, procura case agli immigrati che sono fuggiti dalla guerra in Siria e abbatte vecchi edifici per favorire la gentrificazione praticata da un’azienda edile ai danni del quartiere popolare. Quattro storie che si intrecciano nell’arco di ventiquattro ore a Istanbul e che hanno comportato anni di lavoro da parte della regista e sceneggiatrice Azra Deniz Okyay per raccontare le pieghe della società turca in un periodo di grandi cambiamenti. Un approccio che ha perciò reso necessarie continue riscritture e una buona dose di flessibilità, inseguendo letteralmente la realtà ma cercando di mantenere fissa la barra di uno sguardo morale sulla stessa. Sarà anche per questo che Ghosts – presentato all’interno della Settimana della Critica di Venezia 77 – è un film che non solo interseca, ma letteralmente costruisce momenti e stati d’animo: sebbene la giornata sia proiettata verso il blackout finale che vedrà risolversi alcune storie e lasciar esplodere i malcontenti della società, il suo andamento non osserva un tipico crescendo narrativo.

 

 

Al contrario vive inseguendo attimi, catturando spesso gesti liberatori rubati alla materialità, come quei balli che Didem compie in solitaria, isolata dalle cuffie, mentre dovrebbe svolgere il suo lavoro di cameriera in un hotel. In questo modus operandi, tornano sicuramente utili i peculiari background della Okyay, figlia di architetti, che ha molto viaggiato per il paese insieme ai genitori, per poi studiare in Francia, coltivare la passione per la fotografia fino a tornare in patria, dove ha realizzato corti di denuncia e installazioni artistiche. I suoi “fantasmi” riescono perciò a essere al contempo disperati e vitali, figure a latere di quartieri periferici la cui memoria si sta consumando di fronte alle trappole della speculazione edilizia, ma anche presenze forti, la cui fisicità viene esplorata a fior di pelle. Così come quella realtà indagata con sguardo documentaristico, camera a spalla e improvvise incursioni di riprese con i cellulari, che ridisegnano pure i confini dell’inquadratura, alternando il classico formato Scope con le “finestre” verticali dal telefono. Il gioco si intreccia a sua volta con quello degli spazi, della ricerca di scorci che respirano d’antico e di decadente, ma dove pure gli ambienti sono preziosi: prevale il leitmotiv del trovare un tetto, dell’essere scacciati dai proprietari e dai vicini contrari alle pratiche troppo “moderne”, delle pareti su cui dipingere graffiti o proiettare le comiche di Chaplin. Le rivolte finali, annunciate da blackout elettrici sempre più prolungati, diventano così il processo annunciato di una umanità che vuole poter abitare gli spazi di un mondo che le viene tolto di mano. Non è sempre facile star dietro ai continui andirivieni di questa storia che passa da un personaggio all’altro, rompe la linearità narrativa andando avanti e indietro, spesso tornando su punti già visti per mostrarne l’altra faccia. Nelle parole della regista è un film “sinuoso, multifunzionale, dinamico e che assomiglia a una donna”: e in effetti nella confusione di un racconto così tortuoso emerge un’interessante vitalità, un’urgenza preziosa del vivere e una voglia di raccontare un mondo diverso in modo non necessariamente convenzionale. Dove perciò la vicinanza tra punti estremi diventa un forte gesto di volontà e una possibilità cui il cinema continua a credere concretamente.

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