Nell’aula di un’università americana un professore sta tenendo una lezione sulla rappresentazione degli incidenti automobilistici nel cinema hollywoodiano. La sua teoria insiste sulla forza liberatoria, ottimistica, celebrativa di quelle sequenze che raccontano la morte come un gioioso inno alla vita. White Noise si apre quindi con un prologo che racconta un ossimoro, un cortocircuito semantico che insiste sulla sublimazione della più grande delle nostre paure. Ed è infatti l’ombra della morte che attraversa tutto il racconto, ammala i personaggi che lo abitano e ne determina scelte e stili di vita. Al centro della storia c’è la famiglia del professor Jack Gladney: lui, fondatore del corso di studi hitleriani del College-on-the-Hill, la moglie Babette, tre figli dei loro precedenti matrimoni e il piccolo, nato dalla loro unione. Noah Baumbach mantiene, nel suo adattamento dell’omonimo romanzo di Don DeLillo, la tripartizione in capitoli e il primo, Waves and Radiation, alterna momenti sarcastici di vita familiare a passaggi satirici ambientati nell’ambiente accademico. Jack sa tutto di Hitler ma si vergogna di non conoscere il tedesco; Babette incarna la mogliettina perfetta ma è preda di momenti di incomprensibile sconforto; i figli sembrano adulti in miniatura, costretti a una superficiale felicità e a una crescita emotiva e intellettuale sin troppo rapida; i colleghi del college sognano carriere diverse e si confrontano a mensa specchiandosi in narcisistiche insicurezze. Baumbach trova con agio una chiave brillante capace di riprodurre in immagini la satira socio-familiare del romanzo.

 

 

Adam Driver e Greta Gerwig incarnano due prototipi americani, stilizzano i personaggi anche attraverso una fisicità a tratti ostentata e a tratti compressa, i figli respirano la normalità funerea che si respira in casa restando ammaliati di fronte alle immagini di un incidente aereo: White Noise, insomma, sembra funzionare grazie alla brillantezza della scrittura e alla capacità di creare con rapidi tocchi e sapide battute un quadro deformato della borghesia intellettuale americana, alle prese con una vita vissuta all’ombra di certezze culturali e di paure inevitabili, su tutte quella di morire. Già nel secondo capitolo – The Airborne Toxic Event – l’accumulo di suggestioni, l’allargamento del campo, la metafora ecologista che assume le dimensioni di una crescente tragedia rendono la narrazione più zoppicante, le digressioni diventano inciampi, la verve catastrofica – che dall’interno della casa sposta i protagonisti in un esterno devastato da una nube tossica che costringe a una simbolica evacuazione – non è raccontata con sufficiente mordente: sembra che Baumbach perda scioltezza per confrontarsi con un lato più estroverso della messa in scena, alternando sequenze ben delineate a momenti più confusi, riciclati, titubanti. E mentre la famiglia di Jack si interroga sui rischi personali della contaminazione e quella morte tanto temuta si manifesta con la forma di una gigantesca nube, la forza simbolica del film sembra sbandare, pur riuscendo ancora a mantenere una direzione.

 

 

È, però, nel terzo atto del film, Dylarama – dove il romanzo di DeLillo scartava di tono e si lasciava andare a una forma narrativa multiforme, delirante, non convenzionale; dove le paranoie sulla mortalità assumevano un andamento frantumato, schizofrenico anche nella forma – che Baumbach sembra perdere davvero il controllo sulla materia raccontata. La disperazione esistenziale non si appoggia più su una struttura dialogica compiuta; le azioni dei personaggi si fanno sempre più paradossali e contraddittorie; i protagonisti tendono a un progressivo annullamento di sé per superare il panico e riconquistare un senso di realtà; la critica sociale si fa apocalittica e assoluta (ecologia, capitalismo, consumo di massa). White Noise sembra perdere nella sua parte conclusiva il tono giusto: suona costruito e a tratti datato, confuso più che caustico, addirittura rassicurante invece che cupamente pessimista. Solo nel balletto finale che accompagna i titoli di coda sulle note della magnifica New Body Rhumba di LCD Soundsystem Baumbach ritrova una capacità di sintesi, in una scena musicale in cui tutti i personaggi, con movimenti tra il ripetitivo e il robotico, danzano nei corridoi di un supermercato. Perché è lì, nel tempio del consumo di massa, che la borghesia – ieri come oggi – anestetizza la propria mortalità: “siamo creature fragili circondate da un mondo di eventi ostili” che cercano nelle merci (nelle medicine come nei surgelati) un sollievo dalla propria precarietà.

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