Un uomo elegante rientra a casa sotto la pioggia, chiama da parte il figlio adolescente e comincia a interrogarlo sugli spostamenti sentimentali della sorella maggiore: teme per le sue frequentazioni, è avido di dettagli, incalza il ragazzo fino a quando la moglie non lo rimette in riga, ridicolizzando il suo comportamento. Un buffo bozzetto familiare, con toni quasi da commedia. Ma il tema di Argentina, 1985 di Santiago Mitre è invece serissimo: la costruzione del processo che nel 1985 porterà alla sbarra di un tribunale civile i vertici militari che avevano insanguinato l’Argentina negli anni della dittatura. L’uomo in questione è infatti il procuratore Julio Strassera, costretto in pochi mesi a raccogliere migliaia di testimonianze per l’allestimento di un procedimento che in molti ambienti della macchina statale – ancora collusi con la deposta giunta militare – nessuno sembra volere. Strassera, con il suo vice Luis Moreno Ocampo e un’allegra brigata di giovani collaboratori compie il miracolo, trascina in aula quei massacratori in alta uniforme che si ostinano a non riconoscere i propri reati, tantomeno in un processo civile. Mitre mette in scena un momento cardine della recente storia argentina, l’attimo in cui il neonato stato democratico decide di impegnarsi a costruire il futuro non sulla rimozione ma sulla memoria, per riconsegnare alle madri e ai padri di una generazione desaparecida se non i corpi dei loro figli quantomeno un rinnovato senso di dignità e rispetto, l’obbligo a non dimenticare, a certificare che certe atrocità non si possano ripetere, nunca más.

 

 

 

Mitre affronta la materia incandescente in maniera apparentemente classica, seguendo le peripezie legali, le minacce personali, le difficoltà logistiche del suo gruppo di protagonisti in un crescendo emotivo che condurrà alla requisitoria finale. Il suo stile è asciutto ma tagliente, al servizio del rispetto verso i personaggi e gli ideali che li abitano. Ma la scrittura di Mitre e del cosceneggiatore Mariano Llinás – l’autore del monumentale La flor – dissemina il racconto di piccole digressioni, di momenti atipici, di guizzi comici che alimentano l’empatia, alleggeriscono il dramma, regalano istanti di evasione. Argentina, 1985 – anche grazie a un cast impeccabile in cui spicca, primus inter pares, il monumentale Ricardo Darín – è un esempio di come la consapevolezza di messa in scena, il controllo narrativo, la brillantezza di scrittura, la perfetta gestione del ritmo possano ricreare un’idea alta di cinema popolare, rinunciando a ogni autoreferenzialità autoriale per celebrare la potenza catartica del racconto filmico. Maneggiando con cura i canoni del genere processuale, alternando l’arte retorica dei tribunali alla quotidianità familiare di un fedele servitore dello stato – integerrimo e irascibile, protettivo e tagliente – Mitre costruisce un film teso, compatto, mai meccanico. Senza mai rinunciare alle regole dell’intrattenimento, Argentina, 1985 costruisce una forma raffinata di cinema civile, sfuggendo cupezze eccessive per poi sferrare il colpo che invita al ricordo, alla fermezza, all’emozione. Un cinema che testimonia e commuove, che vuole e sa parlare al pubblico, che non ha paura di mostrarsi a tratti convenzionale senza cadere mai nella banalità, che vuole essere politico senza diventare pedante. Un cinema di cui sempre, si spera, avremo bisogno.

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