Costruire il nuovo mondo: La terra promessa, di Nikolaj Arcel

È un doppio ritorno a casa, quello di Nikolaj Arcel, dopo l’esperienza fallimentare americana de La Torre Nera: a una storia interamente danese, ma anche ai racconti sulle dinamiche della corte reale, come già in quel Royal Affair che gli era valso l’Orso d’Argento al Festival di Berlino. Lo scenario monarchico in questo caso è comunque centrale ma spostato di lato, perché il cuore della storia è nella brughiera del XVIII secolo, luogo considerato completamente inospitale e refrattario a ogni forma di bonifica e coltivazione, nonostante i cospicui incentivi offerti dalla Corona a chi riuscirà nell’impresa. Ci prova il Capitano Ludvig Kahlen, di umili origini e ferra volontà, come ha già dimostrato scalando i ranghi militari e che ora vuole godersi il ritiro dando forma alla prima colonia reale. Ma a contrapporsi a lui c’è il nobile ma perfido latifondista De Schinkel, che non tollera l’intrusione sulle terre che considera sue e dove può spadroneggiare ai danni degli ultimi. La lotta fra i due uomini concretizza in questo modo quella tra la volontà ferrea di chi crede di poter piegare ogni avversità e trovare un compromesso con le asprezze della Natura attraverso la forza della ragione e della concretezza, e la convinzione di chi agisce in nome di un destino capriccioso e aperto alle regole del caos, praticando le aberrazioni del Potere. Arcel dipinge un conflitto semplice ma epico, lavorando in controbattuta: le asperità dello scenario naturale sono affrontate dalla maschera di un Mads Mikkelsen al solito eccellente nella sua ieraticità, essenziale nei gesti (anche e soprattutto quelli di umana solidarietà) e in grado perciò di evocare tanto la profondità mitica tipica degli uomini che intendono compiere grandi gesta, quanto l’eroismo stoico delle icone cinematografiche d’avventura.

 

 

Solitario nello scenario incolto offerto dai landscape orizzontali della brughiera, osservato con frequenti dilatazioni temporali e del ritmo, il destino di Kahlen si oppone così alla verticalità del castello in cui agisce l’esagitato De Schinkel di Simon Bennebjerg, perfetto proscenio per l’eclatante esibizione della sua spietatezza. La scelta non è strumentale, ma utile a definire le regole di uno scenario forgiato sulle regole di un mondo prettamente maschile, e ad aprire contestualmente il quadro agli elementi di crisi, incarnati dagli sguardi trasversali dei personaggi femminili. Una moglie e possibile madre (Ann Barbara, domestica di Kahlen), un’amante irraggiungibile (la volitiva Edel, cugina di De Schinkel) e una figlia di nessuno (la piccola nomade Anmai). La modernità impressa da questa visione trasversale, scuote la classicità apparentemente placida del plot, lasciando emergere tutta la fragilità della visione di Kahlen e la natura fallace di un sogno che è, di fatto, una ricorsa a uno status nobiliare proprio di quel mondo che lo disprezza e lo costringe a compromessi diversi dalle sue più intime verità.

 

 

La lotta con De Schinkel si fa pertanto metafora non tanto del caos, quanto della complessità di una vita che bussa alle sue porte attraverso uno scenario naturale apparentemente uniforme, ma in realtà complesso nei colori e nelle sfide che ogni giorno propone, così come nella varia umanità che naturalmente attira: un pastore che sogna di erigere lì la sua prima chiesa, i nomadi scacciati dalle terre “civili” e con la cui convivenza si gioca anche il destino dell’eventuale colonia in divenire, i fuggitivi dal castello torturati a morte e la bambina nomade ma invisa agli stessi adulti del suo clan. Bastarden (il motivo del titolo in originale lo si scopre in corso d’opera), presentato in Concorso alla Mostra di Venezia 2023 e tratto dal romanzo Kaptajnen og Ann Barbara di Ida Jessen, si fa così manifesto di una lotta quotidiana al destino che è riflesso preciso della complessità del mondo, risultando in tal modo un’opera contemporanea nelle sue declinazioni, quanto è classica nella forma di plausibile western nord-europeo. La sfida di Kahlen diventa in effetti una palingenesi a tratti quasi fordiana nel suo racconto della formazione di una comunità, che in questo caso è una famiglia non convenzionale. Una scelta in coraggiosa opposizione alla creazione di una colonia non ancora pronta a comprendere le sfide poste dalla “terra promessa” e dal nuovo mondo in costruzione.