Venezia80 – Fare uscire le immagini dalla innaturale segregazione in Malqueridas, di Tana Gilbert

L’operazione della regista cilena Tania Gilbert, che con Malqueridas ha vinto la 38° edizione della Settimana internazionale della Critica, è sicuramente meritoria e il suo film ha il pregio di fare emergere storie nascoste al mondo e vicende umane che si svelano da dietro le sbarre di un carcere femminile cileno. Malqueridas significa detestate e così sono le donne che Gilbert coinvolge nella sua operazione di raccolta e selezione dei brevi video girati illegalmente dalle detenute e a volte “postati” sui profili Facebook delle stesse protagoniste, nati per raccontare la loro maternità, il loro desiderio di seduzione per occhi che non ci sono, per raccontare, in fondo se stesse, nella difficile condizione di donne con alle spalle una dura condizione di emarginazione che il carcere, come sempre, aggrava e non guarisce. Con Malqueridas la regista estremizza e in qualche misura stravolge il senso del cinema verità quello che si realizza contemporaneamente allo svolgersi dei fatti, qui, invece, il cinema coglie e organizza l’antefatto, storicizza il passato fatto di reale contrappunto al presente nel quale soltanto si organizza il materiale visivo che viene da quel passato per raccontare quegli stati d’animo. Perché è di questo che si parla e non della banalità di ciò che appare. I brevi resoconti filmati, infatti, provengono da quella parte nascosta dell’anima che l’immagine sa fare rivivere e sa recuperare come prezioso e insostituibile reperto dell’esistenza.

 

 

Malqueridas è anche e in qualche misura, cinema “inconsapevole”, recupero di immagini già trascorse che restituiscono il senso dell’esistenza delle loro autrici nella dimensione di isolamento e solitudine in cui si trovano le immagini diventano proiezione di desideri. Tania Gilbert lavora su questo materiale componendo un lungo collage nel quale la condizione di solitudine transita e si trasforma fino a ricostruire il senso della comunità carceraria legata da sventure simili, da angosce collettive e da preoccupazioni private su cui aleggia un senso comune di inadeguatezza nella prospettiva dell’indispensabile ruolo materno.Se questi sono i meriti di un film come Malqueridas, non si può non parlare di ciò che invece è più difficile ritrovare nel film vincitore della SIC 2023. L’organizzazione del materiale video disponibile prezioso proprio perché estremamente vero, assolutamente originario e unico, nel suo incessante montaggio non sa a pieno restituire l’emozione e l’empatica attenzione che meriterebbe. La voce fuori campo che lavora come un elemento di unificazione e come traccia per interpretare i sentimenti delle singole detenute, ripentendo le loro parole, i loro sentimenti, non è sufficiente a restituire quel pathos emotivo alle immagini che scorrono sullo schermo.

 

 

Manca purtroppo nel film della regista cilena, quel tratto di indimenticabile emozione che diventa residuo per lo spettatore della visione, quella scia lunga che è traccia del legame tra il film e le impressioni indelebili che la sua visione ha provocato, quel duraturo imprinting che resta nella mente e ne accompagna il ricordo. Sono i limiti di un’operazione troppo studiata forse, troppo geometricamente intesa, laddove, invece, un film del genere, avrebbe richiesto forse più disordine narrativo per manifestare quell’inquietudine che le immagini e le parole si sforzano di rappresentare. Restano dunque i pregi da ricordare, e su tutto quel senso di solidarietà e di sorellanza tra le detenute che le immagini contengono nel momento in cui raccontano la riproduzione, tra le sbarre, di quella vita che sta altrove, fuori da quelle mura, in una sincera volontà di riscatto e di normalizzazione del tempo della detenzione. Malqueridas sa vincere sul piano umano restituendo dignità a quelle donne, al loro universo dimezzato, alla loro maternità a tempo, al loro dolore per il futuro dei loro figli che non potranno a pieno seguire e per un film che vuole fare uscire le immagini da una segregazione innaturale, non è poco, come si dice, e comunque non è mai abbastanza.