L’eterna ferita cilena del cinema latinoamericano, il colpo di stato del ’73 che rovesciò il governo di Allende, più volte raccontato, questa volta scandagliato dal punto di vista interno dell’esercito: Red Hangar, opera prima di Juan Pablo Sallato, vista in apertura della sezione Perspective della Berlinale 76, assume il rigore militare come chiave di accesso al dramma. Bianco e nero oscurantista e tensione limpida nei rapporti (marziali) di potere sono al centro della formula scelta dal regista (autore di serie cilene di successo) per configurare un approccio criticamente e drammaturgicamente dinamico. La scena è la Scuola dell’Aeronautica Militare cilena, la data 11 settembre 1973, quella del golpe. Il protagonista è il capitano Jorge Silva, già paracadutista con aura mitica tra i commilitoni, decaduto per aver denunciato un superiore quando era a capo dei servizi investigativi interni. Proprio quel superiore è ora uno dei capi del colpo di stato e si presenta alla scuola, chiedendo fedeltà a Silva, il quale più che altro ritiene di dover essere fedele alla divisa che indossa e alla linea di comando cui deve sottostare. Obbedisce, dunque, e si trova a dover collaborare con lo scempio di umanità in atto nell’Hangar Rosso, dove sono deportati e torturati i comunisti rastrellati per le strade di Santiago.

La moglie di Silva, che in quanto professoressa universitaria rischia non poco, osserva la tragedia in atto con sconcerto, mentre Silva deve farsi carico di portare alcuni prigionieri in quello Stadio Nazionale nel quale anni prima si era paracadutato durante un evento, con atto rimasto scolpito nella memoria di tanti. Per il capitano si tratta di decidere se rispondere al senso dell’umanità o a quello del dovere, avendo come prospettiva l’insubordinazione e la prigione e come specchio della propria dignità umana quel giovane cadetto appena arrivato dalla provincia col sogno di diventare un paracadutista come lui. Basato su eventi e personaggi reali, Red Hangar è un film preciso, tagliente, non cerca scorciatoie drammaturgiche particolari, rifugge prevalentemente da effetti empatici, cerca una pulizia di coscienza che aderisce problematicamente sia alla paura delle vittime che al turbamento del militare protagonista. Il quale, interpretato in contenimento emotivo da Nicolás Zárate, mantiene una linea intransigente dalla quale la sceneggiatura non si discosta mai, costruendo un controcampo funzionale alla narrazione democratica degli eventi. Juan Pablo Sallato non scende mai nella materia storica che rievoca, si limita alla descrizione della tensione umana che aggredisce la scena della Scuola e la rende improvvisamente territorio di un disordine profondo, istituzionale. La rievocazione in chiave parziale del colpo di stato rende intenso e funzionale il dramma cui assistiamo e scandaglia le ragioni di un personaggio che sceglie di non derogare alla propria umanità.



