Blues sul Danubio: alla Berlinale 76 The Loneliest Man in Town di Tizza Covi e Rainer Frimmel

La solitudine è materia controversa, si spaccia per questione perimetrale, di chiusura nel proprio confine esistenziale, e magari è piuttosto una ricaduta di altre dinamiche, che attengono lo spazio esterno alla sfera privata. Ora, che il cinema di Tizza Covi e Rainer Frimmel, nella misura in cui si definisce nello spazio narrativo della ritrattistica, abbia sempre e comunque a che fare con una qualche forma di solitudine è un dato acquisito, che non emerge certo con questo loro nuovo film dal titolo così esplicito – The Loneliest Man in Town – portato in Concorso alla Berlinale 76. I ritratti hanno in sé un senso di isolamento del soggetto che non lascia scampo alla loro verità tanto quanto alla loro finzione, sono rappresentazioni celibi di una identità relazionale complessa, che resta sempre fuori campo, ma agisce inequivocabilmente sulla natura della raffigurazione… E il cinema di questi due autori ne è la prova più flagrante, costruito com’è su un gioco di relazione esclusivo, anche quando agiscono nell’ambito di una coralità persino esibita, innescando una tensione ideale che va in risonanza con la presenza scenica di persone che lavorano sulla propria rappresentazione.

 

 
L’uomo più solo in città è, in questo senso, un gigante della rappresentazione: il suo nome è Al Cook, nato come Alois Koch a Vienna, dove è vissuto per tutta la vita nel medesimo appartamento appartenuto ai genitori. La sua storia personale è quella di un uomo col sogno dell’America, che ha colonizzato il suo subconscio (per usare un’espressione cara a Wim Wenders) avendo come specchio l’icona Elvis, venerata e più o meno imitata per tutta la vita. Musicista autodidatta, la presenza scenica di Al/Alois è utilizzata dai due registi (che lo conoscono da anni) come un corpo blues che guarda al Danubio e vede il Mississippi: occhi azzurri languidi, stazza teutonica, un amore trascorso al quale riserva una nicchia in salotto, accanto al giradischi su cui fa girare gli LP che ha pubblicato nel corso del tempo. La sua casa è un santuario a se stesso in un palazzo ormai disabitato e in via di demolizione, con tanto di cantina nel sotterraneo in cui suona, registra e ascolta musica. Come tanti quartieri di Vienna, anche il suo è in via di gentrificazione e chi ha comprato tutti gli altri appartamenti dello stabile non usa mezze misure per fargli capire che deve firmare il contratto che gli propone: stacca luce e acqua, manda figuri poco raccomandabili a convincerlo. Lui alla fine cede, perché decide di andare finalmente in America, trasferirsi a vivere nel sogno che ha coltivato per una vita. Sicché mette tutto in vendita, ritrova l’amica con la quale in gioventù ha avuto un trascorso, incontra acquirenti per la sua collezione di dischi e oggetti casalinghi che hanno tanto il sapore vintage…

 

 
La demolizione della casa corrisponde alla riedificazione di una immagine di sé libera da strutture prefabbricate, ma il biglietto per l’America giace nel passaporto che ha in tasca, mentre forse il Danubio e set più consono del Mississippi alla sua identità blues.
In realtà il punto focale di The Loneliest Man in Town è più diffuso di quanto l’occupazione scenica della affascinante, languida, decisa, docile figura di Al/Alois lasci intravedere: la triangolazione del titolo è determinante, perché in questo film c’è la solitudine, c’è l’uomo e c’è la città, una linea prospettica unica e conseguente, in cui lo spazio della relazione si allarga inequivocabilmente. Covi e Frimmel lavorano proprio sulla costruzione di uno spazio reale per il loro eroe, lo intagliano come una figura tridimensionale che esce dalla sfera privata e ritrova una sua realtà al di là degli oggetti in cui si definisce. Il loro sguardo è coerente con l’estetica fuori tempo del personaggio, filmano in pellicola 16mm e cercano una calibratura cromatica bruna, in cui si rifletta il color seppia della foto scattata in riva al Danubio, nella quale in fin dei conti il musicista si riconosce agevolmente. La verità e la finzione che il personaggio inscena allo stesso tempo rispondono a un gioco che guarda alle figure e agli scenari di Aki Kaurismaki, in un languore dispersivo e un po’ distratto che intenerisce l’ironia della raffigurazione. Come sempre i due autori preferiscono tenere sospeso il gioco narrativo su una liminarità delle azioni un po’ vere e un po’ finte, lasciando che sia lo spettatore a ritrovare la traccia adatta a uscire dal racconto con le carte in regola. Loro ci mettono la passione, la vicinanza, la conoscenza e la capacità di regalare un cinema di prossimità umana, per il quale gli si deve essere grati.