L’approccio empatico del titolo – I Understand Your Displeasure – è una forma fredda di compassione perfettamente coerente con lo spirito di questa opera prima che il tedesco Kilian Armando Friedrich ha portato in Panorama alla Berlinale 76. Si tratta di un dramma lavorativo ad alta intensità, che si muove con piglio alla Dardenne nella sfera dei lavoratori che abitano il fuori orario della vita quotidiana, pulendo i luoghi che durante la giornata ospitano l’attività frenetica di questo nostro mondo. L’approccio non è contrattualistico, come era per il Ken Loach di Bread and Roses: Friedrich parte da esperienze personali per elaborare il versante psicologico e relazionale della questione. Siamo in Germania, la protagonista è Heike, una donna di quasi 60 anni, che lavora come capoturno di un’impresa di pulizie: sovrappeso, affannata e sempre di corsa, gestisce il lavoro dei suoi sottomessi, rendendo conto ai capi sulla loro produttività e mediando anche il ricorso, quando necessario, ai lavoratori in subappalto, pagati meno. Un meccanismo perverso che mira a tenere i dipendenti soggiogati e sottopagati, di cui Heike si fa in qualche modo garante, subendo uno stress psicologico e umano costante, tra le pressioni dei capi e dei clienti insoddisfatti, e le recriminazioni di quei dipendenti assieme ai quali lavora stringendo anche qualche amicizia.

Il quadro è reso con precisione da Kilian Armando Friedrich, che a un certo punto della sua vita ha lavorato nel settore ma soprattutto si è fatto affiancare in fase di scrittura da una amica che ha sviluppato il personaggio di Heike e avrebbe dovuto pure interpretarlo se, al culmine di una depressione, non si fosse purtroppo tolta la vita. La verosimiglianza e la precisione nella ricostruzione delle dinamiche lavorative del settore non sono però le sole qualità di questo film: l’impianto è documentato ma non meramente documentario, perché I Understand Your Displeasure è prima di tutto un dramma psicologico a caratura morale, in cui è il costante dissidio interiore della protagonista a orientare l’evolversi della vicenda. La richiesta di licenziare con l’inganno alcuni suoi dipendenti per far spazio a operai in subappalto pagati meno, le trame di solidarietà con colleghe che si rivelano infide, rapporti di amicizia che si schiantano sulla tensione contrattuale… Anche smettere di stare al gioco diventa un’impresa difficile perché si scontra contro la diffidenza dei dipendenti, quando tutto sembra doversi conformare alla legge del dare e dell’avere, in cui chi più ha bisogno meno è disposto a concedere sul piano umano. Lo stile costruisce una dinamica frenetica che si adegua al ritmo lavorativo della protagonista, con la camera che segue da vicino Heike, facendoci percepire il suo respiro affannoso, la sua ansia e soprattutto la sua umana frustrazione. L’esordiente Sabine Thalau ci mette tutta se stessa, facendosi carico della propria esperienza personale, ma è l’intero cast di non professionisti a risultare determinante per la messa in scena, che procede per progressione drammaturgica essenziale e diretta, senza deviazioni e distrazioni, applicando esplicitamente la lezione di autori come i Dardenne ma anche Mungiu e Minervini.



