
Tra le più significative e rigorose registe emerse sulla scena internazionale, Alice Diop è stata al centro di un focus dedicatole dalla 33esima edizione di Sguardi Altrove Women’s International Film Festival, in corso di svolgimento a Milano in questi giorni. L’omaggio, realizzato in collaborazione con Minerva Pictures e Fondazione Prada, ha visto la regista ospite del festival sabato 14 per partecipare a un incontro moderato da Paolo Moretti e Maria Bonsanti, nell’arco di una giornata durante la quale sono stati riproposti Nous (2021), Fragments for Venus (2025) e Saint Omer (2022). In apertura una immagine di Nous.
Nata nel 1979 a Aulnay-sous-Bois, nella periferia di Parigi, da genitori immigrati senegalesi, Alice Diop ha studiato prima storia e sociologia visiva alla Sorbonne di Parigi e dopo cinema documentario presso la La Fémis. Dietro la macchina da presa arriva, dunque, attraverso il documentario: La Mort de Danton (2011), in cui si segue la vita quotidiana di un giovane della banlieue che studia recitazione ed è costretto a subire tutti i pregiudizi del caso, Vers la tendresse (2016), mediometraggio sull’amore e la fragilità affettiva degli uomini nelle periferie che rompe di fatto il mito dell’iper-mascolinità aggressiva (vincitore del Premio César per il miglior cortometraggio), Nous(2021), che esplora le vite lungo la linea ferroviaria RER B che attraversa Parigi, con cui vince il premio come Miglior Film nella sezione Encounters alla Berlinale, Saint Omer (2022) che rappresenta il debutto nel lungometraggio di finzione, ispirato a un reale processo per infanticidio. Il film ha vinto il Gran Premio della Giuria e il Leone del Futuro alla Mostra del Cinema di Venezia ed è stato scelto per rappresentare la Francia agli Oscar.

Indipendentemente dal genere scelto, la regista franco-senegalese scivola facilmente tra documentario e finzione, concentrandosi sulla realtà sociale francese, la memoria coloniale, la maternità e l’invisibilità degli abitanti delle banlieues. Nelle sue mani la macchina da presa si trasforma in uno strumento di indagine antropologica per “riparare ciò che non è stato raccontato”, “dare al mondo tutte le storie mancanti”, non limitandosi ad osservare, ma cercando di scardinare gli stereotipi tanto divoranti, dando volto e voce a chi non ha una rappresentazione e andando controcorrente rispetto all’immagine dominante. “Le persone che in precedenza non sono state filmate o guardate non possono scomparire” dice Diop a proposito di Nous che utilizza la linea ferroviaria RER B come spina dorsale per unire storie frammentate e cercando un senso di appartenenza collettiva. “Faccio cinema nella folle convinzione che mostrare e mettere in scena le persone comuni abbia un’importanza politica. Si tratta di persone che nessuno si aspetta di vedere sullo schermo, che nessuno ha visto prima, che nessuno conosce o sta cercando, e mostrarle sullo schermo, e di fatto costruire un intero dispositivo, una messinscena, un discorso che ruoti attorno all’idea di farli apparire in un’immagine, è qualcosa di potente”.

Saint Omer trasforma un fatto di cronaca nera (il processo a Fabienne Kabou, una donna di origine senegalese accusata di infanticidio nel 2016) in una complessa analisi dell’identità femminile e materna, sottraendo i suoi protagonisti dai “modelli in cui la società vuole confinarli”. “Ero profondamente consapevole del fatto che il mio dovesse essere un cinema di risarcimenti, che ponesse certi corpi al centro dello sguardo come mai prima. E per me Saint Omer è un caso emblematico: è eminentemente politico. Vale a dire che questa donna nera che nessuno ha mai visto è al centro dell’immagine, e l’inquadratura è costruita come un dipinto”. In questo film la
maternità è vista come un terreno di conflitto tra le aspettative culturali del paese d’origine (Senegal) e la realtà della vita in Europa, un conflitto profondo non solo sociale, ma umano, intimo, culturale. Per supportare la diffusione di queste storie, Diop ha fondato nel 2021 la Cinémathèque idéale des banlieues du monde, un progetto ospitato dal Centre Pompidou per preservare e valorizzare i film nati in tutte le periferie del mondo.


