Non è facile essere l’Oscar al giorno d’oggi. Non quando i buoni propositi di rappresentare la parte più creativa dell’America, quella capace di elaborare artisticamente il proprio tempo, si collocano proprio nel centro dell’Impero, da dove hanno origine le guerre, lo sprezzo del diritto e la legge del più forte. Lo hanno capito evidentemente anche alla Notte delle Stelle, segnata stavolta da un nervosismo più palpabile, una scaletta più guardinga, una reazione più discreta alle battute più pepate (in Inghilterra “arrestiamo i nostri pedofili”) e agli affondi più frontali come il “free Palestine” di Javier Bardem, dal parterre degli annunciatori. E dove a fare più rumore sono le assenze, come quella di Sean Penn, non presente a ritirare il suo terzo Oscar. Quello che è andato in scena durante questa 98a cerimonia, insomma, è il ritratto dell’America come si vorrebbe raccontare, ma anche consapevole di come realmente è, che assegna il premio maggiore al film più immerso nella caoticità del tempo (Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson) e schiva le opere estere più politiche. Il premio come film internazionale a Sentimental Value premia correttamente la dimensione artistica e psicologica di chiara ispirazione bergmaniana della pellicola di Joachim Trier, ma oltre a lasciar fuori le dinamiche storico-sociali sudamericane che permeano lo splendido L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, non fa dimenticare come al cast palestinese di La voce di Hind Rajab non sia stato nemmeno permesso di presenziare all’evento, nel silenzio generale.

Certo, dal canto suo Conan O’Brien ci ha messo l’impegno necessario, consegnando almeno un inizio di serata scoppiettante, in cui si rivedevano in filigrana i “viaggi” di Billy Crystal nelle pellicole candidate e l’appello generale all’ottimismo. Più del quasi ecumenico testa a testa fra i due frontrunner al trionfo finale – con I peccatori che perde in numero, ma Ryan Coogler va comunque a casa con la statuetta personale per la sceneggiatura – brillano così di luce propria alcuni elementi. Come lo “splendido caos dell’essere madri” di Jessie Buckley, radiosa protagonista di Hamnet. O la risata fragorosa con cui la meravigliosa Amy Madigan di Weapons accetta il suo Oscar da non protagonista. È stata sicuramente la grande notte dell’horror: lo avevamo già predetto, ma è confortante la conferma di come quasi tutti i film di genere in nomination abbiano portato a casa risultati anche importanti: da Michael B. Jordan miglior attore protagonista a scapito di Timothée Chalamet, a Frankenstein che fa il triplete nelle categorie tecniche (trucco, costumi, scenografia). Se è evidente come l’Academy abbia finalmente compreso che proprio l’horror fornisce ormai materiale per performance memorabili (lo si era già capito con The Substance e addirittura Smile 2, senza scomodare i tempi lontani de L’esorcista), è sintomatico che questo avvenga nel momento dell’inquietudine di massa, in maniera coerente a quanto già si rimarcava.

Dunque una notte di nomi “nuovi”, come Autumn Durald Arkapaw, prima donna (e afroamericana) a vincere come direttrice della fotografia per I peccatori. Ma anche di promesse che si confermano come il compositore Ludwig Göransson (sempre I peccatori), ormai proiettato fra i grandissimi dell’era post John Williams e Hans Zimmer, con la terza statuetta in meno di dieci anni. E dell’ex giovane e ormai veterano Paul Thomas Anderson, che finalmente e con merito raccoglie il premio alla regia troppe volte mancato e chiede scusa ai figli, ai quali ha dedicato il film, “per il disordine che stiamo lasciando loro in questo mondo, ma anche per incoraggiarli affinché siano la generazione che, si spera, ci porterà buon senso e decenza”. Sempre a proposito dei giovani, un pensiero va anche all’animazione, con il monopolio Disney infranto per il quarto anno di fila, sintomo di un immaginario ormai in crisi rispetto alla spinta offerta da un K-Pop Demon Hunters. Il film di Maggie Kang e Chris Appelhans colleziona due Oscar, regala terreno a Netflix, ma
soprattutto conferma un volta di più lo spostamento dell’asse d’immaginario giovanile verso l’Asia, una zona del mondo che dopo gli anime giapponesi ora rivendica le redini del fantastico attraverso la musica sudcoreana. Il resto è silenzio, quello rispettoso per gli scomparsi in cui spicca il ritorno, anche quest’anno, di Billy Crystal per rievocare l’amicizia con Rob Reiner: un momento genuino, in cui la parte migliore dell’America guadagna davvero la scena, ma anche e ancora il suo caos, vista la scomparsa violenta del regista insieme alla moglie.
Tutti i premi:
Miglior film: Una battaglia dopo l’altra
Miglior regia: Paul Thomas Anderson per Una battaglia dopo l’altra
Miglior attore protagonista: Michael B. Jordan per I peccatori
Miglior attrice protagonista: Jessie Buckley per Hamnet
Miglior attore non protagonista: Sean Penn per Una battaglia dopo l’altra
Miglior attrice non protagonista: Amy Madigan per Weapons
Miglior sceneggiatura non originale: Una battaglia dopo l’altra (Paul Thomas Anderson)
Miglior sceneggiatura originale: I peccatori (Ryan Coogler)
Miglior film internazionale: Sentimental Value, di Joachim Trier
Miglior film d’animazione: K-Pop Demon Hunters, di Maggie Kang e Chris Appelhans
Miglior casting: Una battaglia dopo l’altra (Cassandra Kulukundis)
Miglior fotografia: I peccatori (Autumn Durald Arkapaw)
Miglior scenografia: Frankenstein (Tamara Deverell e Shane Vieau)
Migliori costumi: Frankenstein (Kate Hawley)
Miglior trucco: Frankenstein (Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey)
Migliori effetti visivi: Avatar: Fuoco e cenere (Joe Letteri, Richard Baneham, Eric Saindon e Daniel Barrett)
Miglior montaggio: Una battaglia dopo l’altra (Andy Jurgensen)
Miglior sonoro: F1 (Gareth John, Al Nelson, Gwendolyn Yates Whittle, Gary Rizzo e Juan Peralta)
Miglior colonna sonora: I peccatori (Ludwig Göransson)
Miglior canzone: Golden da K-Pop Demon Hunter
Miglior documentario: Mr Nobody Against Putin, di David Borenstein
Miglior corto documentario: All the Empty Rooms, di Joshua Seftel e Conall Jones
Miglior cortometraggio: The Singers, di Sam A. Davis e Jack Piatt ex aequo con Two People Exchanging Saliva, di Alexandre Singh e Natalie Musteata
Miglior corto d’animazione: La jeune fille qui pleurait des perles, di Chris Lavis e Maciek Szczerbowski



