Le parole e i fatti: un ricordo di Chuck Norris

Di per sé non era un tipo di troppe parole, Chuck Norris. Ai discorsi, anzi, preferiva sempre i fatti: quelli che gli hanno permesso non solo di ottenere una carriera cinematografica lunga cinquant’anni, ma anche di diventare un’icona che ha travalicato il cinema d’azione e di arti marziali – basti pensare agli ironici “Chuck Norris Facts”, fenomeno internettiano di brevi “aforismi” che lo prendevano simpaticamente in giro esaltandone la forza impossibile e di cui era il primo divertito lettore. Il consiglio di lasciare i discorsi ai comprimari, dopotutto, glielo aveva dato Steve McQueen, ai tempi in cui entrambi rientravano nella cerchia di Bruce Lee: alla corte dell’attore sino-americano, peraltro, lui non era arrivato da allievo, ma da maestro, forte di un solido percorso che lo aveva incoronato sei volte campione di karate negli anni Sessanta, grazie a un apprendistato inaugurato da adolescente quando, arruolatosi in aeronautica, era stato destinato in Corea del Sud. Finito il periodo dei tornei e dei trofei, il cinema si apriva effettivamente quale grande possibilità e l’occasione arrivò proprio da Bruce Lee: un ruolo senza dialoghi, in un contesto sicuro garantito dalla presenza dell’amico attore e regista per L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente e il leggendario scontro nel Colosseo (ancora oggi uno dei più grandi pezzi di cinema marziale di tutti i tempi). Nel ruolo del villain, Chuck era perfetto: la concretezza del suo stile codificato contro la fluidità e il sincretismo di Bruce, l’imponenza rocciosa della sua figura contro l’agilità felina dell’eroe (con tanto di gatto a fare da spettatore) e il successo era assicurato.

 

L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente di Bruce Lee

 
Dopo però la strada non fu in discesa: sebbene la morte dello stesso Lee avesse reso la domanda di artisti marziali ancora più pressante, le condizioni non si presentavano favorevoli come nel memorabile esordio. I produttori non capivano il suo personaggio, la critica non era tenera con la scarsa capacità recitativa (che lui ha sempre riconosciuto) e i dialoghi restavano un incubo che non lo faceva dormire la notte. Ancora una volta, in aiuto, arrivava la determinazione e la convinzione dei fatti: se anche solo la metà di chi lo aveva acclamato sul ring fosse accorsa in sala, il successo sarebbe arrivato, restava solo da trovare il personaggio. L’occasione è poi arrivata con un po’ di fortuna: gli anni Ottanta decretarono non solo la nascita di nuovi eroi più aggressivi e stolidi, ma anche l’abilità di reinventare i generi. Sono nati così i “suoi” personaggi più iconici, a iniziare da Braddock, l’eroe di guerra da Rambo di serie B. Con Rombo di tuono (poi seguito dal prequel Missing in Action), l’ex Colonnello si confronta con i fantasmi del Vietnam in un tripudio di esplosioni e tecniche marziali, sancendo anche la nascita di un fortunato sodalizio commerciale con un esperto artigiano dei generi minori come Joseph Zito, con cui lavorerà anche per l’altro (s)cult Invasion U.S.A. La tipologia è quella tipica del periodo: l’eroe americano buono contro i russi e vietcong cattivi, cui Chuck dona ruvida concretezza, rifuggendo le ironie alla Schwarzenegger e i lirismi dello stesso role model Stallone.

 

 
Ormai stabilmente in pista, inanella così una serie di successi che, al di là dei reali meriti artistici, rivisti oggi sono un catalogo di bizzarrie (l’inclassificabile Terrore in città che fonde fanta-horror e arti marziali, opponendolo a un maniaco simil Michael Myers reso immortale da un siero) e collaborazioni con nomi di culto dell’action americano medio del periodo: Ted Post, James Fargo, Jack Lee Thompson e, su tutti, la Cannon di Menahem Golan, che lo mette accanto a Lee Marvin in Delta Force. Nel mucchio c’è anche Andrew Davis, futuro regista del Fuggitivo con cui realizza uno dei suoi titoli migliori, Il codice del silenzio. Il film simbolico però è un altro, Una Magnum per McQuade, che nel 1983 codifica con largo anticipo il personaggio destinato a restargli addosso per sempre, il Ranger raddrizza torti, stetson ben calcato sulla fronte, barba lunga e calci rotanti ben assestati, sublimato poi un decennio dopo dalla serie Walker Texas Ranger. In nove stagioni, dal 1993 al 2001, Norris riscrive così la sua fama di guerriero violento avvicinandola alla sua persona reale, quella che gli è sempre valsa l’elogio dei colleghi marzialisti per la sua correttezza dentro e fuori il ring, e la sua grande umanità nell’usare il karate e lo sport come veicolo per aiutare i ragazzi in difficoltà a trovare uno scopo e una determinazione nella vita. E anche la fede da repubblicano comunque ben distante dagli oltranzismi dei settori più radicali (in anni più recenti si era espresso con fermezza contro le violenze di Capitol Hill).

 

 
Nel frattempo è rimasta salda la voglia di circondarsi di collaboratori fidati, come il fratello Aaron, che della serie Walker è stato non solo regista di alcuni episodi, ma anche produttore e con cui ha rivisitato pure il personaggio di Braddock nel più tardo Missing in Action III. Negli anni 2000 il ritorno al cinema e alle piccole produzioni, ma ha un nuovo momento sotto i riflettori partecipando al secondo capitolo de I Mercenari, per la prima volta accanto a quello Stallone di cui aveva saccheggiato i personaggi due decenni addietro. Sly lo accoglie con uno dei suoi “facts” su un serpente ucciso da un suo morso, scatenando le risate affettuose sullo schermo e nelle platee. Il resto è memoria per la rete, in cui ogni tanto faceva capolino con qualche ironico filmato da parte della sua grande famiglia, i video in cui mostrava ancora le sue abilità sportive a ottant’anni suonati, mentre i fan commentavano con entusiastico apprezzamento il suo aver superato un doppio infarto nel 2017 (“è l’infarto a essere sopravvissuto a Chuck Norris!”). Davvero non c’era altro da dimostrare per un uomo ormai consegnato all’immortalità della sua icona.