La certezza e la fragilità in Vita mia, di Edoardo Winspeare

Ci sono voluti quasi dieci anni, dopo La vita in comune, per il nuovo film del regista salentino. C’è bisogno da parte sua di una lunga elaborazione di fatti e suggestioni, di esperienze perché tutto questo finisca dentro una sceneggiatura e poi nelle immagini e nel racconto di un film. Quello con il cinema per Winspeare è un rapporto che evidentemente diventa di necessità e non di routine. Un rapporto dunque pensato e non necessariamente produttivo, che sfugge a quella continuità che altrove diventa consueta forma di presenza e a volte bulimia creativa. Vita mia è l’approdo di una lunga progettazione e il frutto al tempo stesso anche di una elaborazione di un lutto, quello per la madre, sulla cui esistenza è tratteggiato il personaggio protagonista, la duchessa Didi, una sempre misurata Dominque Sanda che mancava dal cinema dal 2021 diretta da Laura Bispuri in Il paradiso del pavone. Nella immaginaria cittadina di Salete, dentro un Salento dialettale e dominato dal biancore mediterraneo delle mura delle sue abitazioni, nel palazzo nobiliare attorno al quale è nato il paese, dopo il suo arrivo molti anni prima accompagnata dal futuro marito, torna Didi la nobildonna che intreccia le sue origini in quella complicata trama mitteleuropea tra Ungheria e Romania, in quel disfarsi di un impero austro-ungarico che ha generato una spontanea diaspora culturale che si è disseminata in mezza Europa.

 

 
La sua vita è segnata dal parkinson, ma anche dalla memoria vivente e onirica, dalla presenza di fantasmi familiari che segnano i suoi giorni e le sue notti in un susseguirsi di ricordi dei tempi di guerra, con la presenza degli ufficiali nazisti alla ricerca di ebrei da deportare. Tra questi la sua giovane maestra di musica protetta dal padre Istvan. Poi c’è Vita (Celeste Casciaro) con la sua disarticolata e povera famiglia, una figlia che è diventata madre troppo presto, un fratello ritardato che lei accudisce con amore, una madre ossessiva e a volte invadente. Vita diventa la badante dell’anziana Didi e, pur tra contrasti e contrapposizioni generazionali e di estrazione sociale, tra le due donne si istituisce un legame forte e quasi parentale che diventa insostituibile. Ma c’è una verità segreta che emerge dalla memoria di Didi, da quel passato di fantasmi che sgretola ogni certezza, ma che al tempo stesso, come ogni verità che diventa improvvisa epifania, si trasforma in pacificazione, in quella accettazione del nuovo corso delle cose. Winspeare, che ha scritto con Alessandro Valenti la sceneggiatura, intesse il suo personalissimo racconto – “è il mio film più personale” dice durante le presentazioni del suo ultimo lavoro – non solo con i ricordi materni e la sua ramificata genealogia, ma soprattutto con la fitta trama delle lingue – ben nove compreso il dialetto salentino – che sembra fare da struttura portante del film, laddove la lingua, l’espressione verbale diventa storia personale e abbraccia il passato in quel fluire del presente.

 

 
L’ungherese, il francese e l’inglese, il salentino e le altre declinazioni verbali diventano l’humus fecondo attorno al quale si sviluppa questa storia divisa tra memoria, che brutalmente si insinua nella vita del complesso personaggio della duchessa decaduta, e il presente nel quale Didi è purtroppo piena di debiti anche a causa di una cattiva gestione delle sue ricchezze da parte dei due figli, che hanno intrapreso, senza troppa fortuna per la verità, la via dello spettacolo. Vita mia che resta un film funzionale alla filmografia del suo regista, è un lungo racconto di trasformazione e di avvicinamento ad una verità taciuta, ma è anche la ricostruzione di una memoria non sempre piacevole, anzi tanto fantasmatica quanto disperante. È però anche l’intrecciarsi di quel passato che consideriamo nobile con la meschinità del presente, qui rappresentata in modo evidente dalla viscida figura dell’avvocato (Ninni Bruschetta), amante non amato di Vita e grettamente interessato al denaro per il quale non esita a rubare l’oggetto a cui è più legata l’anziana nobildonna, tradendo definitivamente la fiducia dell’orgogliosa Vita. Meschinità alla quale non si sottraggono neppure i familiari Didi, anche quelli più stretti. Edoardo Winspeare affonda ancora il suo cinema dentro quel Salento che diventa l’epitome di un meridione dall’animo instabile, di una terra che sedimenta contraddizioni e orgoglio, povertà e antica ricchezza, nella quale sembra impossibile vivere, ma che al tempo stesso diventa luogo irrinunciabile per ristabilire la giusta distanza tra quel silenzioso male di vivere e la speranza, mai doma, di un mutamento che non sembra mai arrivare. Vita mia è al tempo stesso un’invocazione e una certezza, possedendo la fragilità di quella implorazione e la concreta vitalità di quella conclamata verità.