Il cammino dell’America: The Long Walk, di Francis Lawrence

Tra il romanzo The Long Walk di Stephen King (pubblicato nel 1979 con lo pseudonimo di Richard Bachman, da noi come La lunga marcia) e il fumetto The Walking Dead di Robert Kirkman del 2003 non c’è solo un titolo assonante, ma anche una curiosa triangolazione dal momento che Frank Darabont (che realizzò il pilot della serie tv tratta dal comic) era in predicato anche per dirigere la trasposizione del libro kinghiano. Sarebbe stata una scelta interessante per sottolineare il paragone, ma alla fine invece l’ha spuntata Francis Lawrence. Ugualmente, accostiamo le due opere per come stabiliscono in un certo qual modo una linea tematica che torna evidentemente a riaffiorare nel nostro presente, del camminare come metafora sociale e politica, per tracciare una linea dai margini poco definiti tra esistere e morire. Nel fumetto sono i morti viventi a muoversi a passo cadenzato e a conquistare il mondo. Qui abbiamo invece dei vivi morenti, perché accettano di partecipare a una marcia infinita dove in palio c’è la ricchezza di un’America provata dalle guerre e bisognosa di una valvola di sfogo che valorizzi il patriottismo e la resilienza della gioventù maschile nazionale. 50 ragazzi (100 nel libro) devono così camminare fino allo sfinimento: chi rallenta o si ferma, dopo le ammonizioni del caso, viene implacabilmente freddato dai soldati che sorvegliano il corretto andamento del corteo e l’ultimo a restare vivo prenderà tutto, avrà denaro e potrà esprimere anche un desiderio.

 

 
Il percorso passa in rassegna un’America rurale, in cui si ritrova il senso dell’attraversamento del continente alla base della sua stessa epica, dal western orientato alla conquista della Frontiera, ai viaggi sulle Route 66 del caso che si fanno metafora di un rapporto complesso con lo spazio. In questo senso, entra in gioco anche il paragone con un altro romanzo di Bachman/King, trasposto già due volte, come L’uomo in fuga/The Running Man, dove pure i meccanismi da reality show passano per il rapporto fra un corpo che si muove nello spazio e una nazione che lo osserva, mentre le si dispiegano davanti i meccanismi della sopravvivenza e del successo. Se la storia portata al cinema da Paul Michael Glaser e Edgar Wright insiste in modo più pressante sull’estetica e la sostanza della società spettacolo, The Long Walk, al contrario è sfuggente, allusivo ma mai diretto nel suo affondo, perché più interessato alle interazioni fra gli uomini di fronte al meccanismo di competizione sfrenata tipico della cultura capitalista: si gareggia per il premio e si offrono sudore, performance fisica estrema e dedizione totale all’obiettivo, come in un lavoro perfetto. A supporto dell’operazione e della visione ci sono gli strumenti più evidenti del potere (l’esercito, le armi, il Maggiore che sprona i ragazzi e ne esalta il valore dell’impresa), ma anche la società dell’entroterra statunitense, evidenziata dagli sparuti osservatori nelle loro case, ritratti zombie da American Gothic di una nazione al centro dell’immaginario, ma ormai residuale rispetto allo stesso. Tutto è anche ripreso in diretta, ma questo elemento resta come un accenno, un di più rispetto agli elementi che maggiormente preme sottolineare.

 

 
Se Lawrence corteggia così ancora una volta scenari apocalittici, fra Io sono leggenda e gli Hunger Games, lavorando sul ritmo concesso dai movimenti cadenzati dei suoi “living dead” in marcia e su un cromatismo tenue, la scrittura di JT Molner (già autore dell’ottimo Strange Darling) cerca pure di asciugare il più possibile, dando forma a un film scarnificato ma complesso. In gioco c’è un’umanità multiculturale (il bianco Ray, il nero Pete, l’asiatico Olson) che non si abbandona mai a rivendicazioni di parte (nessuno fa mai accenno alla propria diversificazione etnica), ma progressivamente si ritrova anzi a riflettere sul senso di personale solidarietà di fronte alla prospettiva della morte e sulle singole storie dei suoi componenti. Gli schemi da amicizia virile del western riaffiorano così fra i meccanismi del thriller, le morti violente da film horror, la divertita rivisitazione di un’icona della fantascienza come Mark Hamill nel ruolo del Maggiore e il dramma umano di matrice davvero darabontiana come rielaborazione della matrice kinghiana. L’essenzialità del progetto assume perciò caratteristiche di racconto totale, che può anche permettersi la deriva black horror nel finale, modificato rispetto al libro, in cui la componente etnica riaffiora in un twist ending alla George Romero (che pure avrebbe potuto/dovuto dirigere la trasposizione anni addietro). Una scelta che, una volta di più, fa comprendere l’urgenza di questo racconto scritto negli anni Sessanta, pubblicato nei Settanta e trasposto quasi cinquant’anni dopo, di raccontare una nazione e le sue ferite aperte. Perché camminare resti davvero materia sociale e politica.