La quieta prevedibilità di Il diavolo veste Prada 2 di David Frankel

Vent’anni dopo, il Diavolo continua a vestire elegantemente Prada: è se non altro intatto l’effetto glamour nel seguito di un film che fece epoca nel costume, ma non certo destinato a rimanere nella storia del cinema. Un esito al quale si conforma il secondo capitolo, sebbene nel frattempo anche l’universo della moda sia profondamente mutato. In origine, in principio di anni Duemila, la storia girava intorno a Andy Sachs (Anne Hathaway), fresca di laurea in giornalismo, che al primo lavoro si ritrovava in un contesto esclusivo, ma di fatto all’ultimo gradino nella gerarchia delle bistrattate assistenti di Miranda Priestly (Meryl Streep), potentissima direttrice della più autorevole rivista di moda del mondo, nella finzione “Runway” (modellata sulla figura reale di Anna Wintour di “Vogue America”). Nonostante l’ingenuità, accompagnata a un look approssimativo in un ambiente dove l’abito fa decisamente il monaco, la ragazza si rendeva protagonista di acrobazie di ogni genere per mantenere il posto, riuscendo addirittura a salire nel gradimento della dispotica capa. Ma infine capiva di non essere disposta a vendere l’anima per scalare ulteriori posizioni, e lasciava il posto con la leggerezza nel cuore e un sorriso sulle labbra.

 

 

Ai giorni nostri, la deus ex machina di “Runway” pare aver perso smalto ma non è disposta a mollare (Anna Wintour ha invece lasciato la direzione di “Vogue” nel 2025, dopo 37 anni), seppur disorientata di fronte alla crisi dell’editoria e alla viralità invadente della rete, che le impongono mal digeriti atteggiamenti politically correct. Ragion per cui, dall’editore le viene affiancata proprio Andy, l’antica (e dimenticata) stagista nel frattempo assurta al prestigio giornalistico, affinché rassicuri gli inserzionisti e catturi nuovi lettori. In un gioco di inevitabili ritorni, ecco poi palesarsi Emily (Emily Blunt), rivale-amica di Andy ai tempi della gavetta, che nella nuova posizione di responsabile di casa Dior (e fidanzata manipolatrice di un magnate beota) può dire la sua sul futuro del magazine, mentre l’efficiente Nigel (Stanley Tucci) continua ad essere l’ombra discreta e protettiva di Miranda, eterno numero due senza interesse per il trono. La vicenda riavvia il motore con una sintetica eppure efficace fotografia dell’incerto futuro del giornalismo, perlomeno come lo si è inteso nell’ultimo secolo: un inizio che pareva promettere sviluppi meno convenzionali. Ma il regista David Frankel e la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna, confermati ai rispettivi posti dopo il successo epocale del prototipo, hanno poco coraggiosamente (seppur comprensibilmente) optato per la sicurezza della strada già tracciata, inserendo minimi elementi di novità. Così, tra guerre di posizione professionali e conflitti intergenerazionali, intrighi di redazione newyorkesi e fiacche digressioni sentimentali, abbaglianti eventi milanesi e poco audaci complotti lacustri (sul Lario, che Hollywood ha imparato a conoscere attraverso George Clooney, che vi ha casa), la trama scorre prevedibile.

 

 
Anche perché – salvo minime sfumature – vengono confermati in blocco i caratteri dei protagonisti, debolezze e vezzi compresi, non lasciando quindi molti dubbi su come si comporteranno e dove, di conseguenza, andrà a parare la vicenda. Vale anche per Miranda che, nonostante gli apparenti indizi di vulnerabilità in una corazza un tempo inscalfibile, resta fedele a sé stessa e alla propria natura dominante, predatore inadatto a trasformarsi in preda a prescindere dalle circostanze. La satira ha comunque cambiato obbiettivo: non prende più in giro l’influsso che il mondo della moda esercita sulla società (d’altronde il suo fascino è in buona parte scemato), quanto piuttosto facilità e rapidità con cui oggi tutto si sgonfia, tanto che se tutti continuano a sognare di viaggiare in prima classe, bisogna invece fare i conti con l’economy senza bollicine (come succede a una piccata Miranda, causa scelte smart del nuovo editore). Quanto al versante costumi, se Il diavolo veste Prada si svolgeva nel segno di Valentino, che vi faceva la parte del leone tra gli stilisti (suoi gli sfavillanti abiti di Miranda) e si regalava pure un cameo, Il diavolo veste Prada 2 integra diverse comparsate tra i nomi dell’haute couture (Donatella Versace, Dolce & Gabbana, Brunello Cucinelli e Marc Jacobs, tra gli altri), pescando poi in maniera quasi randomica tra le creazioni di rinomati atelier, al fine di vestire i protagonisti. Che restano una squadra di alto livello pur con qualche anno in più, utilizzata in modo forse addirittura più equilibrato che nel primo episodio, al netto tuttavia di almeno un grande spreco: lo è senz’altro l’aver assegnato a Kenneth Branagh un personaggio secondario senza spessore (e senza senso), il marito/cavalier servente di Miranda. Nella colonna sonora, ora meno impattante, Lady Gaga prende il posto da frontwoman che fu di Madonna – in un ideale passaggio di testimone generazionale tra americane di ascendenza italiana – e si concede un folgorante siparietto all’insegna dell’(auto)ironia.