Narrazione a doppio corpo: a Cannes79 Histoires parallèles di Asghar Farhadi

Strano oggetto, Histoires parallèles, che giunge in Concorso a Cannes 79 a cinque anni da Un eroe come uno squarcio nel silenzio di un autore che non rinuncia a essere iraniano, ma non vive in Iran dal 2023. Strano oggetto perché si propone come un testo trasparente, come fosse scritto su carta velina, leggendo in controluce tanto l’universo tematico di Asghar Farhadi, le sue argomentazioni su relazioni, colpe, atti mancati, tensioni endemiche, quanto la formulazione tetragona del gioco tra caso e destino di un autore dalla poetica decisamente classificata e conclusa come Krzysztof Kieslowski, di cui Histoires parallèles è sostanzialmente una riscrittura d’autore. Non un omaggio, ma una operazione di ripensamento, anzi di ricollocazione, un vero e proprio trapianto organico nella scena del cinema di Farhadi…Gioco tra l’altro perfettamente kieslowskiano, quello dei parallelismi testuali, delle risonanze tra personaggi ma anche opere (le due cose, in lui, non erano poi così differenti…) che dialogano a distanza: c’è lo spazio di una riscrittura che travalica la matrice adattandosi ad essa quasi simbioticamente, cosa che però non impedisce a Farhadi di fare un film chiaramente suo, inciso nella sua memoria autoriale.

Il doppio corpo narrativo del film è esplicito: la prima parte è la riattivazione dell’universo testuale di Kieslowski, la seconda è l’articolazione delle geometrie relazionali tese di Farhadi. I due testi dialogano tra di loro lungo la linea della sovrapposizione tra le storie e la loro narrazione: tutto un gioco di orientamento del senso, di interpretazione degli eventi, di lettura dei gesti, come fosse un film che guarda un film rubare storie, personaggi e immagini da un altro film…L’idea del furto è del resto fondativa in Histoires parallèles: all’inizio vediamo Adam sventare un borseggio bloccando la borseggiatrice nella metropolitana in cui è entrato di straforo, doppiando il varco con lei. Il gesto gli procura un lavoro in casa di Sylvie (Isabelle Huppert), matura scrittrice dal carattere ispido, alle prese con il suo nuovo romanzo, per il quale cerca ispirazione spiando con il cannocchiale la vita in un appartamento dall’altra parte della strada. Lì ci sono Anna e suo marito Nicolas (Virginie Efira e Vincent Cassel) che lavorano come rumoristi nel loro studio di registrazione: Anna è determinata e indipendente, quasi una trasfigurazione giovanile di Sylvie, e gestisce un triangolo sentimentale che la vede innamorata del marito e alle prese con una relazione con Thèo, suo cognato e collega di lavoro. Farhadi lavora sulla dislocazione alterata della verità, sul doppiaggio della vita che falsifica la realtà per renderla più reale, proprio come fanno i rumoristi che riproducono in maniera fittizia i rumori del mondo per renderli più veri…

Lo slittamento di senso del suo cinema che rifà quello di Kieslowski è una traccia di sovrapposizione sensoriale, lavora sulla musica di Zbigniew Preisner, sui dettagli narrativi, sulle vere e proprie citazioni per costruire una tessitura in cui lo spettatore ascolta il riecheggiare di elementi noti e perde le coordinate dello sguardo. L’impasto fotografico è denso ma fluido, scorre liberamente tra i piani di realtà di Sylvie e Adam e quelli della finzione di Anna, Nicolas e Thèo che sta immaginando e scrivendo. Poi c’è la seconda parte, che nasce dal rigetto del suo testo da parte di Sylvie e dalla sua adozione da parte di Adam: un ulteriore furto transitivo che innesca il secondo corpo del film, in cui Asghar Farhadi attiva le sue dinamiche relazionali, il gioco deterministico delle verità e delle menzogne, delle responsabilità morali variabili in funzione del punto di vista da cui si osservano gli eventi. Adam cede all’illusione del testo di Sylvie, crede che Nita, Pierre e Christophe (questi i veri nomi dei dirimpettai) siano davvero protagonisti di una triangolazione, fa in modo di conoscere Nita, di farle leggere il testo per innescare un cortocircuito con la finzione e mettere alla prova la verità della realtà.

Il che genera un crollo drammaturgico, un cortocircuito nelle relazioni dei tre. Perché come sempre quanto l’osservatore entra a far parte della scena che sta osservando, la scena muta e assume una funzione dirompente. Adam diventa la menzogna che governa la realtà, la narrazione che determina il narrato, lo informa, lo genera. Il che è anche in qualche modo una consegna “politica”, l’ammonimento offerto a chi, in Iran come in ogni altra parte del mondo, cerca di imporre una narrazione agli individui, di determinarne la linea morale guardandoli da fuori, pretendendo di conoscere il senso e il valore dei lori gesti, delle azioni, delle reazioni. Histoires parallèles è insomma un oggetto che travalica se stesso e la sua riuscita: fatta la tara della straordinaria interpretazione double face di Virginie Efira e della prestazione ruvida e tagliente della Huppert, il film ha un impianto intrigante nel suo essere volutamente esponenziale, portato a elevare a potenza i segni desunti dal cinema di Kieslowski e quelli scaturiti dal mondo di Farhadi. Affascina, intriga, spiazza e, alla fine, convince.