È il 1949 quando, appena sopita l’immane tragedia della Seconda guerra mondiale, il simbolo vivente della letteratura tedesca Thomas Mann (Hanns Zischler), Premio Nobel nel 1929 ed esule prima in Svizzera e poi in California dal 1933, anno della presa del potere nazista, viene invitato in Germania per ricevere il prestigioso Premio Goethe. Ad accompagnarlo nel suo ambivalente ritorno in patria è la sua figlia primogenita Erika (Sandra Hüller), compagna di esilio e factotum – non sempre accondiscendente – dell’ingombrante figura paterna. Fatherland di Paweł Pawlikowski (in Concorso a Cannes79) è il racconto di diverse antinomie: il rapporto tra padre e figlia (anch’essa letterata, anch’essa politicamente attiva e schierata, ma vissuta tanto e forse troppo all’ombra del padre) rispecchia il rapporto tra Mann e la sua terra, lasciata anni prima all’alba del Nazismo e ritrovata diversa e divisa: una terra segnata da un antico unico cuore ormai seppellito dalla divisione politica di un muro che la taglia in due come una cicatrice.

Il film segue, nell’aura misura degli 82 minuti di durata, il viaggio che Thomas ed Erika compiono da Francoforte, una delle città simbolo della Germania postbellica che rinasce nel mondo occidentale nonché luogo natale di Goethe, e Weimar, ormai soffocata dal nuovo regime filosovietico, dove Goethe morì. L’alfa e l’omega di un’unità culturale ormai spezzata dalle ragioni della storia e della politica. Il film di Pawlikowski segue, come fosse un on the road dell’anima, il percorso simbolico dei due protagonisti, uniti ma in perenne sotterraneo conflitto, attraverso le macerie di una nazione (un’anima) divisa in due. Pawlikowski bada all’essenziale, ben sapendo quanto Mann sia una figura simbolica della letteratura tedesca e non solo. Distilla i dialoghi senza mai scadere nel didascalismo o nella retorica. Sfronda i personaggi per restituire cristallina la loro forza emotiva. Le tragedie familiari in agguato – che riguardano il fratello minore di Erika, Klaus –si mescolano con la rappresentazione di un paese in macerie. E, in fondo, mette in discussione quella che è una parola chiave del più intimo spirito germanico, “Heimat”, che come ben sa chi è cresciuto e ha amato la monumentale opera di Edgar Reitz, va oltre il concetto schietto e a suo modo superficiale di “madrepatria”. Pawlikowski, in fondo, con i suoi ultimi tre film, ha costruito un manuale di analisi del dopoguerra dell’Europa centro-orientale. Se Ida indagava sul passato più oscuro della Polonia, tra persecuzione antiebraica e regime comunista, e Cold War affrescava attraverso un’infinita storia d’amore l’irrigidimento dei confini tra Est e Ovest, il cambiamento di linguaggio che asciugava e umiliava i sentimenti e l’umano, Fatherland affronta lo stesso nodo cambiando il contesto culturale.

I riferimenti storiografici sono più puntuali, lo straniamento e lo sradicamento restano gli stessi. I tre film hanno in comune il formato quadrato, che storicizza e allo stesso tempo tende all’astrazione cinematografica, e lo smagliante bianco e nero della fotografia di Łukasz Żal, raggelata e allo stesso tempo empatica. Rispetto ai due film precedenti Pawlikowski mantiene un atteggiamento più ieratico, composto, meno apertamente – a suo modo – melodrammatico. Ma riesce comunque a raccontare le fratture di un secolo destinato ad essere breve per le sue lacerazioni e le sue contraddizioni, in cui i massimi esponenti culturali non possono che sentirsi estranei con riluttanza e sradicati malgrado loro. Un cinema allo stesso tempo politico ed emotivo che, senza l’alibi di un’ostentata urgenza, sa però essere riflessivo e contemporaneo, ieratico e febbrile. E di cui forse abbiamo ancora disperatamente bisogno.


