Le ultime parole famose: a Cannes79 John Lennon: The Last Interview di Steven Soderbergh

C’è qualcosa di indefinito in John Lennon: The Last Interview, qualcosa che eccede la sua natura documentale e che allo stesso tempo ha decisamente a che fare con essa. Qualcosa che resta tra i molteplici testi che compongono il film di Steven Soderbergh presentato a Cannes79. Ovviamente c’è prima di tutto l’eponima “ultima intervista” a John Lennon (e a Yoko Ono), registrata l’8 dicembre 1980, poche ore prima che fosse ucciso da Mark David Chapman (nome che tra l’altro non viene mai fatto nel film…): Dave Sholin, Laurie Kaye, Ron Hummel coi loro microfoni, il registratore e la musicassetta destinata a contenere la voce di Yoko Ono e soprattutto di Lennon, che di lì a poco sarà ucciso, sono i testimoni di un ultimo atto che scolpisce il tempo e che Soderbergh ci fa riascoltare integralmente.

 

 
Questo è chiaramente il testo base del film, il suo motivo d’essere, la sua ipotetica necessità… Che poi è una necessità fantasmatica perché lavora su una traslitterazione, per così dire, ovvero sul passaggio forzoso della matrice documentale sonora alla funzione testuale visiva… Soderbergh filma (…?…) un film su un testo sonoro e dunque si porta dietro tutta l’immaterialità dell’operazione, basata su sostanza puramente sonora, in qualche modo astratta, d’altro canto, da quella fisicità così marcata che la coppia invece nell’esposizione tematica, argomentativa del loro amore, quasi un modello di vita armoniosa offerto al mondo: Double Fantasy, l’album che stavano promuovendo, parlava esattamente di questo…
Poi c’è la traccia visiva, che si compone come materia grafica che oscilla tra i servizi fotografici, scandagliati in ogni scatto, nella miriade di pose che esponevano il mito dell’unità familiare. Cui si aggiungono i materiali d’archivio che punteggiano il pensiero di John Lennon, i ricordi, le riflessioni, le rivelazioni. Tutta materia documentale, anche questa, che circonda e tiene sotto assedio la narrazione necessaria di un film che deve organizzare il flusso di un’intervista invisibile. E infine c’è l’apparato iconografico creato da Soderbergh col supporto di Meta AI, un 10% del film (ci viene detto) affidato alle articolazioni artificiali generative che illustrano il pensiero di Lennon in un caleidoscopio simbolico. Tutta una imagerie che germina dal testo, sembra occuparlo, sfiancarlo, distillarlo in una concettualità visiva, che è tanto più occlusiva quanto più tende a materializzare la natura speculativa dei concetti espressi dall’artista.

 

 
Ora, se non fossimo in un film di Steven Soderbergh non ci porremmo sarebbero semplici domande, prenderemmo o lasceremmo senza fare troppe questioni. Ma John Lennon: The Last Interview è un film di un autore che da tempo sta lavorando sul rapporto occlusivo e libertario tra verità e menzogna nella definizione del nostro rapporto con la realtà (basta anche solo riguardare Equilibrium, il magnifico episodio firmato per Eros nel 2004…). E allora l’idea che alla fine resta di questa “ultima” intervista da lui ri(filmata) è quella di un corpo filmico volutamente nebuloso, in cui l’urgenza di dare una natura visiva a un testo sonoro nasca dalla voglia di violare la perentorietà ultimativa di quel testo, il suo essere l’ultima testimonianza del pensiero di un artista… L’irrisione dell’ambizione di scoprire la “Rosebud” di John Lennon nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale… John Lennon: The Last Interview duplica fatalmente lo smacco affrontato dai redattori di News on the March e Steven Soderbergh doppia la beffa di Charles Foster Kane, preservando il segreto della verità sull’ultima parola famosa…