
Da una parte c’è la deriva di una gioventù del tutto smarrita, senza punti fermi, incerta e approssimativa, nata e cresciuta dentro uno sradicamento da ogni cultura del passato e del presente, incapace purtroppo di discernere il bene dal male, e come unico obiettivo i soldi per campare alla giornata, dentro nessuna progettualità per il futuro. Dall’altra la zona opaca e grigia di un sottobosco metropolitano, in un ambiente di decadenza morale che si rivolge alle pratiche del sesso per sperimentare l’ebrezza della morte. È in questa condizione che è maturato, nel 2016, l’insensato omicidio di Luca Varani, un assassinio dettato solo dal piacere di infliggere la morte. Un atto di puro ed estremo sadismo, senza movente, senza causa. Tratto da un libro di Nicola Lagioia, che peraltro partecipa alla scrittura della sceneggiatura in un atto collaborativo che significa ampia condivisione di eventuali differenze tra l’opera letteraria e quella per il cinema, La città dei vivi – il cui titolo sembra fare da contrappunto ad una certa morte di un’altra parte di quella stessa collettività – evita due atteggiamenti: quello descrittivo di un sottoproletariato di periferia – il film è ambientato nel quartiere della Storta – in un cascame post pasoliniano con tanto di prostituzione omosessuale, e l’atteggiamento sociologico-giudicante che per natura, tranne che nelle opportune sedi, diventa saccente e fastidioso.

Gabbriellini, qui alla sua quinta regia cinematografica, dopo e durante una carriera di attore, sfugge anche al possibile sguardo morboso sul delitto, concentrando invece la sua attenzione sin dall’inizio sulla costruzione del profilo del suo protagonista, evitando di cadere nella trappola voyeuristica e concedendosi solo a film concluso la libertà di ricollocare la vicenda nella cronaca, sottolineando l’insensatezza dell’assassinio. Proprio ad evitare ogni impianto sociologico, il film guarda alla metropoli romana concentrando lo sguardo su quella periferia estrema della città dove abita Luca con la sua famiglia di venditori ambulanti di dolci e caramelle da luna park. I tratti della città, anche quelli più centrali, sono fotografati con l’intenzione di mostrarne la consistenza periferica assoluta, quella consistenza dentro la quale si adatta la vita di Luca così lontana da ogni altro interesse che non sia il gioco alle slot machine, qualche pizza con Marta Gaia, la sua ragazza, e il tempo vuoto con gli amici del quartiere dentro il nulla di un piccolo prato ritagliato ai margini di un’arteria cittadina. Il tempo vuoto di Luca si consuma nell’attesa, nella rinuncia allo studio anche delle serali – il diploma poi mo pijo dice a tutti e anche alla ex compagna di scuola che lo guarda innamorata – in una illusione di eterna gioventù che non passerà mai.

La regia di Gabbriellini è mirata a mostrare proprio questo vuoto di senso quello che ha determinato l’insensato omicidio, ma anche quello della vita di Luca, il Luca cinematografico, il bambino adottato da questa famiglia che si barcamena tra il lavoro e le spese, con tutto il disagio disegnato sui volti di Valerio Mastandrea e di Simona Senzacqua, perfetti nel dare volto e voce ad una coppia come tante, forse incapace di recepire i segnali del figlio, ma sinceri nell’amore che riversano sulla sua vita. In quella malinconia di una fanciullezza passata e mai dimenticata, è quel controcanto nel finale che riattualizza lo spleen di un’età che non torna – come vorrei essere un ragazzetto, dice il padre alla cena dopo il funerale, con il cerume nelle orecchie e i pidocchi in testa.
C’è un senso in questo: a differenza del delitto e si ha l’impressione che il tono malinconico del film sia tutto dentro questa battuta, dentro questa deriva che è doppia quindi. Deriva come allontanamento da un’età dell’innocenza, quella stessa di Luca che non sospetta e non ha timore, forse perché è a suo modo un “puro”, inerme, incapace di pensare al male come gesto estremo e fugge felice per non pagare il panino e la bibita con l’occasionale amico. È il senso del film che sembra mutare per allontanarsi definitivamente da ogni commemorazione cronachistica, da ogni condanna sociale, restando drammaticamente in piedi quella morale che la regia silenzia con le stanze vuote di una casa sognata, il bagno vuoto e immacolato che sembra richiamare alla mente quello striato del sangue di Luca. La città dei vivi si contrappone a quella dei morti, degli autori di un omicidio tanto efferato quanto immorale ancora di più di ogni altro. Ma è Luca e la sua innocenza, Luca e la sua Marta Grazia amorosa e smarrita anche lei, a risaltare in un racconto di morte e di sangue, dentro una periferia del mondo che resta dimenticata e va alla deriva.


