Man from Tokyo – Tchaikovsky alle premiazioni

Dai Deep Purple a Tchaikovsky. Da Nobody gonna take my car / I’m gonna race it to the ground, al celebre inizio del concerto per pianoforte e orchestra del compositore russo.  Rievocata nel primo caso, ascoltata nel secondo, anche la musica è stata protagonista della penultima giornata di Tokyo 2020, velata della tristezza propria delle cose belle che finiscono. Ieri sera, quando sono entrato boccheggiando nell’Olympic Stadium (il caldo sì, ma soprattutto l’imperizia del debuttante nella tanto agognata metropolitana: ho sicuramente sbagliato fermata, perché ho dovuto camminare di buon passo per oltre mezz’ora…) sono stato accolto dai volontari con un calore (…) particolare, vale a dire dall’insistito sventolare di mani che appartiene a chi ci tiene a salutarti. Anche se non ti conosce  – né tantomeno ti riconoscerebbe se un giorno per qualche stranezza del destino ti dovesse rincontrare – ma avendo trascorso una manciata di serate nel tuo stesso posto dove si celebrava una manifestazione straordinaria, sente che si è creato un legame. Gli ultimi due giorni a Pechino (nello scriverlo mi viene in mente 55 giorni a Pechino uno dei primi film che ho visto in un cinema all’aperto, esperienza iniziata con lo straziante Il cucciolo) erano stati davvero particolari da questo punto di vista:  ai congedi con le lacrime agli occhi, frequentemente si abbinava la consegna di bigliettini colorati che ringraziavano per aver visitato il loro Paese.

 

Il Nippon Budokan

 

Quattro anni dopo a Londra niente di tutto ciò. Ma sto divagando, come quel caro amico troppo presto scomparso, maestro al mattino e correttore di bozze la sera al Giornale di Brescia, che si autodefiniva il dottor Divago, per l’ingovernabile tendenza ad aprire parentesi e infilarsi in mille rivoli di discorso. Sempre meglio che essere un Banal grande, come Nantas Salvalaggio chiamava un suo conoscente veneziano…  Basta, torniamo a Highway Star,  il brano che apre Made in Japan il doppio live dei Deep Purple che ha infiammato i miei sedici anni e non solo. Come accennato nel primo capitolo di questa rubrica, l’album era stato registrato tra Osaka e Tokyo nell’agosto del ’72, nella Capitale al Budokan, il palazzetto costruito per ospitare il judo nelle Olimpiadi del ’64 che al suo utilizzo sportivo ha subito affiancato quello di luogo per concerti, ospitando tra gli altri i Beatles, Frank Sinatra, Bob Dylan a Michael Jackson. Per me adolescente – e per l’adolescente che vive in me – è soprattutto l’impianto che ha risuonato dei trascinanti assolo di Jon Lord e Ritchie Blackmore in Highway Star e delle urla modulate di Ian Gillan in Child in Time (e abbiamo completato la prima facciata). Ieri pomeriggio, subito dopo aver assistito alla finale di basket vinta di misura, ma senza mai rischiare dagli Stati Uniti sulla Francia (87-82), ho raggiunto in metropolitana il Nippon Budokan. Detto così sembra facile, in realtà alla stazione Tokyo ho dovuto cambiare linea e quindi scovare tra le tante quella che mi avrebbe portato nell’impianto che in questi giorni sta ospitando il karate. Ho potuto cosi verificare che i giovani giapponesi che non fanno i volontari sono altrettanto cortesi (uno è addirittura sceso dal treno per indicarmi la direzione) ma ben più efficienti: parlano inglese e sanno addirittura dove si trovano i palazzetti. L’impatto con il Budòkan, questa è la pronuncia corretta, è stato fantastico. La struttura sorge nei giardini imperiali ed è pertanto immersa nel verde. A pianta ottagonale, come il tempio della città di Nara, mi ha spiegato un collega del luogo, è bella da fuori come all’interno, dove funzionali corridoi permettono di raggiungere rapidamente i diversi settori. E immagino che l’acustica sia all’altezza. Mi sono fermato poco meno di un’ora, assistendo così a un buon numero di combattimenti, sia maschili che femminili, uno dei quali ha visto impegnata una cinese di nome Gong Li, che magari da loro è diffuso come Maria Rossi in Italia, ma che io ho trovato curioso.

 


 
Il passaggio successivo é stato il faticoso approdo all’Olympic Stadium per l’ultima serata di atletica che è iniziata con le premiazioni dei vincitori della staffetta veloce disputata in chiusura di venerdì e dunque con le note dell’inno di Mameli, cantato a squarciagola dal manipolo di atlete e atleti italiani non ancora rimpatriati (il turnover nel Villaggio Olimpico è a dir poco frenetico). La serata ha regalato al solito emozioni e prestazioni di livello. Gli unici italiani in gara, i maschi delle 4×400, ultima gara in pista di questi Giochi, hanno migliorato di un altro decimo (2’58”81) il record stabilito in batteria, pur classificandosi al settimo posto. Sul tempo e sul piazzamento incide pesantemente il pasticcio dell’ultimo cambio, quando Scotti ha cercato un improbabile varco alla corda, mentre Sibilio lo attendeva sull’ottava corsia, quella assegnata agli azzurri. L’inevitabile slalom per consegnare il testimone é costato almeno mezzo secondo oltre che la definitiva esclusione dalla lotta per le medaglie, che ha determinato il rallentamento dello specialista degli ostacoli negli ultimi metri. Ne consegue che l’Italia avrebbe potuto concludere intorno ai 2’58” netti, se non addirittura sotto. E questo é da considerarsi valore di una staffetta che potrà prendersi una rivincita già nel 2022, quando saranno in calendario a luglio i mondiali di Eugene e il mese dopo gli Europei di Monaco. Per il resto la serata ha offerto il trionfo del ventenne  norvegese Ingebrigtsen nei 1.500 a ritmo di record olimpico (3’28”32) propiziato dal ritmo da lepre tenuto dal campione del mondo in carica, il keniano Cheruyot. Detto della sorprendente affermazione dell’indiano Chepra nel giavellotto e del bis sui 10.000 dell’olandese Hassan, vincitrice dei 5.000 (e terza nei 1.500!), l’ultimo concorso é stato l’alto femminile, che ha registrato il successo con 2.04 della russa Lasitskene. Le ultime note a risuonare nell’Olympic Stadium sono così state quelle del concerto per pianoforte e orchestra di Tchaikovsky, che, non potendo utilizzare il proprio inno, gli atleti del Comitato olimpico russo hanno scelto come musica per accompagnare le premiazioni. Applausi, inchino, sipario.

 

Marcell Jacobs